TECNOLOGIE & SALUTE

“Sono incazzata nera” è il nuovo slogan della app Immuni

Il “falso positivo” non è un falso problema e lo dimostra la disavventura di una utente “pentita” della applicazione anti-Covid

Donna, classe 1957, di Bari. In ossequio al più ferreo anonimato, non è dato sapere di più sulla spontanea testimonial della app Immuni che per la Gazzetta del Mezzogiorno ha coniato una espressione che meglio di qualunque altra sintetizza la “customer satisfaction”, ovvero il gradimento e la soddisfazione degli utilizzatori della soluzione tecnologica per contrastare il contagio.

A spiegare alla signora pugliese che tutto funziona perfettamente toccherà in sorte a chi si è genuflesso dinanzi al tanto propagandato successo della app Immuni, collezionando interviste e redigendo articoli che celebravano e continuano a magnificare l’operato di chi ha saputo fare quel che nemmeno Dio (Gesù perdonami, non l’ho detto io) sarebbe riuscito a realizzare.

Nostro Signore, infatti, non avrebbe condannato all’Inferno la povera sessantatreenne colpevole soltanto di aver installato la taumaturgica applicazione sul proprio smartphone e di aver ricevuto una inspiegabile segnalazione che le ha cambiato la vita.

La sventurata è stata contattata dalla ASL che le ha imposto di non lasciare la propria abitazione per quindici giorni. Motivo? Presunto contatto con un soggetto positivo al Covid-19 segnalato da “Immuni”.

In bilico tra una “quarantena” e gli “arresti domiciliari”, la sventurata racconta di essersi recata al mare adottando ogni precauzione e di essere stata in prossimità solo di alcuni conviventi (che però non hanno ricevuto avvertimenti di sorta grazie alla mancata installazione della app).

Nel pomeriggio di domenica scorsa riceve un segnale di allerta sul proprio smartphone con un codice da comunicare al medico di base che il giorno dopo provvede ad informare l’Azienda Sanitaria Locale. 48 ore dopo (giusto il tempo – se mai fosse – di infettare chicchessia) le arrivano una mail e una telefonata del Dipartimento di prevenzione che la mettono in gabbia.

Il colloquio telefonico con l’operatrice della Asl è particolarmente animato e la presunta infetta chiede di essere sottoposta a test sierologico o al tampone. Naturalmente (?!?) le viene risposto che non è possibile.

La donna si imbestialisce vieppiù e chiede come possa essere possibile che lei sia entrata in contatto con un infetto se il bollettino della Regione (nei giorni in cui la “app” era attiva sul suo smartphone) avesse rappresentato con orgoglio “contagi zero” nella provincia di Bari (da cui la signora non si è mai allontanata).

Mentre i più fantasiosi interpreti del diritto le suggeriscono all’orecchio l’ipotesi di un vero e proprio sequestro di persona, la poveretta non riesce a darsi ragione del fatto che i suoi familiari non sono destinatari di alcun “provvedimento restrittivo”. Sani? Guariti? In possesso di speciali anticorpi? No, semplicemente “immuni” da installazioni di app….

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