STRATEGIE

Regeni e le armi all’Egitto, occasione per scoprire che la legge non è uguale per tutti

La legge parla chiaro: nessun incarico nel settore armamenti ai dipendenti pubblici "preposti a qualsiasi titolo all'esercizio di funzioni amministrative connesse alla presente legge" per tre anni dalla cessazione del rapporto. Ma non tutti sembrano essersene accorti

Ha ragione il generale Fedi quando parla di ipocrisia e falsa indignazione e descrive la classe politica e l’opinione pubblica che fingono imbarazzo nel far finta di scoprire che nel 2019 il nostro Paese ha venduto all’Egitto “materiale di armamento” per 871.674.470,53 euro e che il governo di Al-Sisi è il miglior cliente dell’industria bellica nazionale.

Mentre il leader egiziano non dorme più sonni tranquilli dopo l’ultimatum del nostro Ministro degli Esteri che ha tuonato “Tempo scaduto!”, l’attenzione di molti si è concentrata sul business tricolore nel settore delle armi e sui vincoli previsti – in materia di importazione ed esportazione di simili “prodotti” – dalla legge 185 del 9 luglio 1990.

Il provvedimento normativo è particolarmente interessante e la porzione che maggiormente incuriosisce è forse quella apparentemente meno rispettata.

Se si scorre il testo della “185/90” si incontra l’articolo 22 che parla di “Divieti a conferire cariche” – come si legge al termine del comma 1 – “in imprese operanti nel settore degli armamenti”.

Il veto riguarda l’inserimento in consigli di amministrazione o l’assunzione di “cariche di presidente, vice presidente, amministratore delegato, consigliere delegato, amministratore unico, e direttore generale” di “dipendenti pubblici civili e militari, preposti a qualsiasi titolo all’esercizio di funzioni amministrative connesse all’applicazione della presente legge nei due anni precedenti alla cessazione del rapporto di pubblico impiego”.

Nel novero di tali persone rientrano ex appartenenti al Ministero della Difesa, al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ad altri dicasteri o enti comunque competenti fino ad arrivare alle strutture di intelligence.

Il divieto in questione – che comprende anche il conferimento di incarichi di consulenza (“fatti salvi quelli di carattere specificatamente tecnico-operativo relativi a progettazioni o collaudi”) – vale “per un periodo di tre anni successivo alla cessazione del rapporto” di dipendenza tra soggetto e amministrazione pubblica.

Il secondo comma – rimasto intonso nonostante l’evoluzione della disciplina in materia – dice che “Le imprese che violano la disposizione del comma 1 sono sospese per due anni dal registro nazionale di cui all’articolo 3”.

Peccato che l’articolo 2268, comma 1, numero 871 del Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 abbia disposto l’abrogazione dell’articolo 3….

Sospensione o no dal Registro Nazionale delle Imprese, non sembra che Finmeccanica (oggi Leonardo) e Fincantieri si siano mai preoccupate di rispettare il divieto di cui al primo comma dell’articolo 22 della legge 185/90.

Lo dimostrano alcune nomine in posizioni apicali (rientranti espressamente nella previsione di legge) di qualificatissimi dipendenti pubblici immediatamente (e certo non dopo i tre anni stabiliti dalla norma) collocati al vertice dei colossi produttivi di “materiali di armamento”.

Qualche anno fa la consulenza assegnata all’ammiraglio Di Paola con tanto di ufficio e annessa segreteria presso la sede della Finmeccanica Group Services di via Piemonte a Roma non è passata inosservata, ma forse si dovrebbe guardare con maggiore attenzione a chi – appena lasciato il DIS (Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza) o l’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) – ha trovato immediata collocazione in Fincantieri o in Finmeccanica/Leonardo.

La legge non è eguale per tutti a dispetto di quel che è inciso a caratteri cubitali nelle aule di giustizia. E la cosa più triste in questo bistrattato Paese è che certe nomine – che sembrebbero (ma forse solo a me) in contrasto con la legge – avvengano alla luce del sole e con l’enfatizzazione dei mezzi di informazione.

Fatti salvi i lusinghieri trascorsi dell’Ambasciatore Massolo, del dottor De Gennaro e del Generale Carta, e considerata la valenza del motto secondo il quale “il tempo vola”, calendario alla mano non sembra che le loro nomine abbiano rispettato i “tre anni” di divieto sanciti dall’articolo 22 della 185/90. Possibile che nessuno se ne sia mai accorto?

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