GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Via col demente

Come si sarebbe potuta rappresentare la vita di una famiglia benestante di Atlanta di quel periodo storico, se non ammettendo la presenza di schiavi?

La rivoluzione digitale ai suoi inizi ha generato una serie di illusioni utopistiche, come qualunque evento maggiore che caratterizzi un’epoca. Si è pensato che Internet avrebbe reso più facile l’accesso alla conoscenza, democratizzando l’istruzione ed ampliando fortemente le possibilità di sviluppo intellettuale e civile su scala mondiale. Si è pensato che la tecnologia informatica ci avrebbe aiutati a trovare nuove soluzioni per vecchi problemi, e che in generale avrebbe portato ad un affratellamento delle persone, che avrebbero avuto modo di dialogare al di sopra dei tradizionali confini nazionali e linguistici, di comprendersi meglio e di evolvere verso modelli di società più giusta e solidale.

In tempi relativamente recenti, tuttavia, queste illusioni cominciano a vacillare, dando spazio ad uno sconcerto sempre più profondo. Internet, così potente nel veicolare cultura e positività, risulta ancora più potente nel far circolare le tesi più assurde, le fake news più inverosimili, e a dar voce anche a chi in passato avrebbe potuto fare ascoltare le proprie idee bislacche solo ad un ristretto circolo di persone. La risultante di questo processo è l’aumento esponenziale della circolazione di messaggi negativi ed estremistici. Questo fenomeno, connesso alle modalità di funzionamento del cervello umano in risposta alle minacce, è stato ben studiato e caratterizzato in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.

Come per qualunque processo culturale, la circolazione di messaggi negativi genera a lungo andare convinzioni basate su presupposti magari errati o mostruosi, ma che diventano modo di pensare. Come i padri della propaganda ben sapevano, una falsità ripetuta più volte diventa una verità. Il fenomeno assume dimensioni preoccupanti quando anche attori mediatici che hanno responsabilità culturali verso la popolazione, lo legittimano attraverso comportamenti mirati a catturare l’attenzione del pubblico.

L’ultima vittima di questo fenomeno è Via col vento, pellicola imponente sia per estensione e profondità di cast e scenografie; che per l’oggettiva durata, tale da richiedere allo spettatore la preparazione di una scorta di viveri per evitare di soffrire la fame. Le stelle Clark Gable e Vivien Leigh danzano, si incontrano e si scontrano sullo sfondo della Guerra civile americana. Tra la miriade di personaggi che ruotano intorno ai protagonisti, uno dei più simpatici è Mamie, la domestica negra di casa O’Hara, che rimane impressa per gli occhioni sgranati e il Miz Rozzella con cui si rivolge alla giovane padrona.

Padrona, sì, perché ovviamente Mamie è una schiava. Una schiava di casa, trattata bene, ma certamente una schiava. E come altro si sarebbe potuta rappresentare la vita di una famiglia benestante di Atlanta durante quel periodo storico, se non ammettendo la presenza di schiavi? E su cosa avrebbe potuto reggersi l’intera trama di un film ambientato in quel periodo, se non descrivendo il conflitto nato per l’appunto tra chi sosteneva e chi voleva abolire la schiavitù?

Niente di tutto questo ha toccato le menti dei dirigenti di HBO, uno dei maggiori network statunitensi, che hanno messo la pellicola fuori palinsesto, magari in una ben congegnata prova di autopromozione. Davanti alla possibilità di avere qualche titolo di giornale, si mette da parte uno dei film che hanno vinto più Oscar nella storia. Peggio, si dà dignità ad un assunto demenziale: che si debba distruggere la memoria del passato in nome dell’odierno politically correct.

E invece pare che questa semplice verità non possa reggere alla prova della montante scia di imbecillità che pare aver contagiato il globo terracqueo. Sotto gli occhi increduli dell’opinione pubblica raziocinante, in queste ore un numero crescente di prese di posizione e di atti di vandalismo hanno interessato elementi culturali e monumenti che rappresentano figure del passato. 

In Inghilterra si è vandalizzata la statua di Winston Churchill, un uomo che ha dedicato una parte fondante della sua vita a combattere contro le dittature del Novecento. Senza di lui, l’Europa e forse una parte consistente del mondo sarebbero un’unica nazione che vive sotto il segno della svastica, e al posto della sua statua ci sarebbe quella di Adolf Hitler. La sua colpa è quella di essere stato razzista come la maggior parte degli uomini del suo tempo. 

Negli Stati Uniti sono state attaccate addirittura le statue di Cristoforo Colombo in quanto simbolo dell’inizio del genocidio degli amerindi, trascurando ovviamente il suo ruolo fondamentale perché i nonni di quelli che oggi lo abbattono potessero arrivare in America.

Se si volesse applicare questo modo di pensare all’Italia, il nostro paesaggio urbano diventerebbe rapidamente anonimo come quello di Zurigo. Si dovrebbe innanzitutto abbattere il Colosseo e qualunque altra arena romana, teatri di sangue e di schiavismo. Si dovrebbe distruggere la Cappella Sistina, dove un Dio bianco crea un uomo bianco, a riprova di una visione razzista del mondo. Si dovrebbero abbattere tutti i palazzi reali e le residenze delle varie dinastie, perché una società democratica non può tollerare la memoria dei regimi assolutistici. Per buona misura, dovremmo anche radere al suolo San Pietro, sede spirituale delle Crociate e dell’Inquisizione.

Davanti all’assurdità di tutto ciò, l’uomo di cultura può solo mettersi le mani nei capelli ed esprimere con la massima energia la propria disapprovazione. Il politically correct ha stufato. Il politically correct è ignorante. Il politically correct è fonte di abbrutimento. Il politically correct sta facendo più danni della peste nera.

E a chi si senta offeso, vorrei rispondere con le immortali parole del capitano Rhett Butler in Via col vento: francamente, me ne infischio.

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