TECNOLOGIE & SALUTE

Il Covid-19 non potrà essere fermato per colpa degli utenti Huawei e Honor

Beccarsi il coronavirus può essere fatale per l’intera comunità se il nuovo contagiato ha uno smartphone non compatibile con la app Immuni

Il contrasto alla pandemia aveva già immaginato una sorta di “immunità di gregge” per tutti quei “pecoroni” che ancora riescono a vivere senza aver bisogno di un moderno telefonino intelligente. Adesso a questa già folta platea di soggetti si aggiungono tutti quelli che si sono permessi di acquistare un cellulare il cui funzionamento non è stato previsto da chi ha progettato la applicazione informatica.

Nonostante la diffidenza di loschi ed impreparati soggetti come chi sta scrivendo, il solo annuncio della sperimentazione della app ha determinato – statistiche alla mano – un incredibile rallentamento della propagazione dell’infezione.

Immuni funziona alla grande e il solo far sapere in giro di averla scaricata intimorisce i bacilli pure di altre infezioni. L’averla poi attivata – anche se nessuno ha fatto un tampone, un test sierologico o altro accertamento di sorta – garantisce superpoteri che nemmeno Nembo Kid (Superman per i più giovani…) si sarebbe mai immaginato.

Adesso che è iniziata la fase di test si potrà scoprire (così da convincere anche l’ultimo manipolo di irriducibili scettici) che chi è risultato positivo aveva ancora soltanto il telefono di casa (probabilmente uno di quelli “a rotella”) su cui non era possibile installare alcunché. Tale antesignano dei moderni “device” al limite avrebbe garantito una eventuale rilevazione dei contatti solo nella stanza in cui era collegato alla relativa presa…

Se la diffusione del Covid-19 non si ferma non è quindi colpa di chi ha ricoverato i contagiati nelle RSA che normalmente ospitano chi scoppia di salute e come Rambo può resistere alla febbre gialla e a mille torture. La gravissima responsabilità è in capo a chi – magari ispirato da chissà quali tesi complottista – ha comprato in tempi non sospetti uno smartphone Huawei oppure Honor.

Gli sviluppatori di Immuni (incuranti del fatto che Raffaele Barberio, big boss del sito Key4Biz, mi aveva scritto su WhatsApp dicendomi in modo imperativo che il mio articolo sui problemi degli utenti Huawei era praticamente infondato e, accodandosi alla senatrice Mantovani, mi dava del disinformatore) hanno ammesso nella loro FAQ (le risposte alla domande più frequenti) che “Molte delle persone che hanno scaricato Immuni su uno smartphone Huawei o Honor hanno riscontrato difetti di funzionamento”.

Naturalmente la colpa non è degli sviluppatori, gli stessi che avevano assicurato di aver fatto mille test (ma forse avevano saltato proprio questo) da cui era risultato il fluido ed inossidabile funzionamento della procedura di download e installazione, facendo scattare il periodo di sperimentazione con gli utenti. Si legge sul sito di Immuni che “I difetti non sono dovuti all’app ma all’interazione tra il sistema di notifiche di esposizione messo a disposizione da Google e il dispositivo”. Il team di insuperabili esperti ha tenuto a precisare che “Google è al corrente della problematica e sta lavorando per trovare al più presto una soluzione”.

Ma una banale prova di download non la si poteva fare prima di raccattare una figura barbina con una Nazione intera? Non si sapeva che qualcosa non funzionava? C’era bisogno di dare una facciata, inciampando nel sasso del sistema operativo che – guardando dove si mettevano i piedi – si poteva evitare scegliendo di mettere “al corrente” Google prima di varare goffamente tronfi la sperimentazione.

Dopo aver strombazzato il successo con titoli roboanti di giornali e dichiarazioni radiotelevisive, perché trovarsi a passare sotto le forche caudine ed essere costretti a scrivere sul sito ufficiale della app che “In attesa che il problema sia stato risolto abbiamo disabilitato lo scaricamento di Immuni da Google Play per smartphone Huawei e Honor”.

Perché la ministra Pisano o il supercommissario Arcuri non ci spiegano come sia stato possibile un errore del genere? Perché nessuno dei 74 esperti della task force istituita al Ministero dell’Innovazione si è accorto di nulla o, se lo ha scoperto successivamente, ha alzato un dito per segnalare la figuraccia incombente?

Perché nessuno si prende mai la benché minima responsabilità degli errori compiuti, specie se grossolani come quello di non aver considerato potenziali incompatibilità di apparati molto diffusi sul mercato?

Tags
Back to top button
Close
Close