SPECIALE CORONAVIRUS

Effetti collaterali del lockdown: i “sepolti vivi”

Le misure di confinamento adottate dal governo per il covid19 hanno causato un aggravamento sui soggetti fobici gravi

Bamboccioni o choosy: tempo fa l’ex ministro Fornero con questo termine indicava una parte di giovani scansafatiche e viziati, ignorando che a volte dietro questa apparente situazione di comodo si cela tanto dolore e sofferenza. Molte persone che si ammalano dopo la comparsa di un attacco di panico, sviluppano fobie: fobia di guidare la macchina, per i contatti sociali, di usare i mezzi pubblici, per gli spazi aperti. Queste persone lottano con questa paura irrazionale che gli impedisce addirittura di uscire di casa. Lottano principalmente contro sé stessi: il loro grave problema psichiatrico è costituito da una continua lotta interiore, tra giustificazioni che si raccontano per non uscire di casa e la presa di coscienza che il loro problema è proprio  lo stare a casa in modalità permanente. Questi soggetti non sono stati presi in considerazione neanche  dalla “Dittatura Sanitaria” del nostro governo che ha imposto il lockdown. Sanitaria si, ma solo per il Covid19, scordandosi di tutto il resto: soggetti che non hanno potuto avere interventi riabilitativi, chirurgia per patologie neoplastiche, l’aumentato numero di morti per infarto del miocardio etc.

 Il distanziamento sociale imposto dalla Sindrome Covid  ha agito come spinta all’aggravamento anche per i soggetti affetti da attacchi di panico con agorafobia in via di cronicizzazione. “Distanziamento sociale”, è una errata espressione che vuole davvero significare “distanziamenti fisico”. Per altro verso, in un certo numero di persone il “distanziamento sociale” potrebbe ben descrivere la patologia mentale di cui soffrono. Senza contare che molti invece ora soffrono della cosiddetta “sindrome della tana”: persone che finito il lockdown continuano a restare accoccolati a casa come fossero in un bozzolo, nella routine paralizzata dell’ambiente chiuso, non vogliono più ripristinare la loro precedente socialità, né occupare il loro spazio vitale ritornando ad andare in palestra, fare shopping, uscire con amici. La paura di infettarsi da questo virus si è progressivamente trasformata in un classico disturbo fobico con annesse varie forme di condotte di evitamento. Il lockdown gli ha indicato la strada.

La gran parte dei soggetti che soffre o ha sofferto di attacchi di panico tenderà a mostrare, successivamente ad esso, tre principali inibizioni nel comportamento, o meglio, tre condotte volte all’Evitamento delle situazioni fobiche: nell’Agorafobia il soggetto tenta di evitare ambienti o spazi all’aperto perchè teme possa ripetersi un attacco futuro; oppure situazioni e contesti sociali, luoghi che ora sente come impropriamente “pericolosi” (questa è la forma della Fobia Specifica); nella Fobia Sociale invece ci si sente spaventosamente inadeguati e si evita la maggior parte delle situazioni sociali, per paura di comportarsi in modo “sbagliato” e di venir mal giudicati. Così l’impotenza ad uscire diventa un rifiuto del mondo, una sfida da vincere e, del tutto recentemente, una prescrizione di legge da seguire pedissequamente, valido alibi per restare a casa per il resto della vita.

Duncan Gibb ha avuto il merito di rendere più conosciuta nel mondo questa problematica, malato non diversamente da centinaia di migliaia di persone,diventando celebre pur per poco tempo. Un 49 enne rimasto a casa da quando ne aveva 18 dopo aver subito un aggressione. Dopo quel trauma non ha più lavorato. Il nostro archeoAdolescente ha speso ore e ore su internet a chattare e a scommettere soldi (della madre), però aveva un ottimo livello intellettivo. Incurante dei rapporti sociali trascorreva le giornate anche ascoltando musica e guardando la televisione.  Negli ultimi tempi, addirittura, pretendeva i pasti in camera. Nel gennaio del 2008, dopo trenta anni passati nelle quattro mura della sua abitazione, nel giorno del suo compleanno esce  e scompare. Dopo molti giorni di disperata ricerca il corpo di Duncan viene ritrovato in un capanno per attrezzi agricoli a poco più di mille metri in linea d’aria da casa sua. E’ morto per assideramento.

La notizia fa subito il giro del mondo: i giornali titolano “Agoràfobia, 30 anni chiuso dentro casa esce e muore”. I commenti si focalizzano  sul destino: “il primo giorno che esce dopo 30 anni, nel giorno del suo compleanno, è anche il giorno in cui muore? Che sfortuna, che mistero!”.                                 

Ma chi era Duncan Gibb? A diciotto anni Duncan abita e vive a Montrose, una frazione di Angus nella Scozia. Viene descritto come un adolescente vivace, amante dello sport, soprattutto del football. Lavora come commesso in un negozio di mobili. Non sembrerebbe un bamboccione. Almeno non fino a quella sera dell’estate dei suoi 18 anni. Ricordano le cronache: “Duncan ha i soldi dello stipendio e li vorrebbe spendere per divertirsi. Per un litigio all’autoscontro sarà picchiato e derubato di tutti i soldi”. La madre ha dichiarato :“Aveva giurato che non sarebbe più uscito, e ha mantenuto la parola per trenta anni”.  Dopo il trauma Duncan sviluppa attacchi di panico e fobia sociale. Un uomo che si è “autoesiliato” per tre lunghe decadi all’ombra di un sistema sociale.       

Duncan Gibb è stato in realtà l’unico, che senza saperlo, ha fatto circolare la notizia incompresa sulla gravità e diffusione del suo problema: le conseguenze del disturbo da attacchi di panico!

Nel nostro quotidiano incontriamo tanti casi di “fobia con evitamento in negazione”: l’amica che evita di guidare, l’altra che evita gli spazi troppo aperti o troppo chiusi, il giovane che non riesce a prendere la metropolitana o scappa da luoghi affollati… E quanti di loro non lo ammettono neanche a sé stessi?

Ecco perché alcuni di loro sono scambiati per “bamboccioni”, passando la vita a nascondere di essere interdetti da vasti territori del loro legittimo spazio vitale.

 Il governo che ha instituito il lockdown a loro non ha pensato…

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