SPECIALE CORONAVIRUS

La lezione del modello Singapore

Mentre la pandemia dilagava mietendo centinaia di migliaia di persone, in Oriente si ricorreva a tamponi su larga scala e al ricovero per tutti i positivi a prescindere dalla gravità dei sintomi

Il modello Singapore, così come quello di Hong Kong, avendo fatto tesoro dei piani anti-pandemia sviluppati nel 2003, quando furono colpite dalla SARS, e sfruttando il fatto di avere un territorio circoscritto e facilmente monitorabile, almeno all’inizio sembrava il più efficiente.
Mentre in Europa, specialmente in Italia e Spagna, e negli Stati Uniti la pandemia dilagava mietendo centinaia di migliaia di persone, in Oriente si ricorreva a tamponi su larga scala e al ricovero per tutti i positivi a prescindere dalla gravità dei sintomi. 

Addirittura era previsto fin dagli albori un sistema di tracciamento “soft” per il quale tutti i cittadini dovevano rispondere a degli sms riguardo la loro posizione più volte nell’arco della giornata, cosicché la vera e propria app di tracciamento TraceTogether ha avuto scarsissimo utilizzo, scaricata da solo il 25% della popolazione. Tutto ciò, accompagnato ad un rigoroso distanziamento sociale e a precauzioni igieniche, ha permesso di non chiudere le attività economiche né tantomeno le scuole.
Queste restrizioni a singhiozzo e di breve durata per la popolazione sembravano il modello da esportare. 

Per tutti il Coronavirus sembrava sconfitto!

Sembrava appunto, perché poi qualcosa in questo meccanismo idilliaco si è rotto e una nuova ondata di contagiati si è abbattuta sulla piccola Isola-Stato.

E così in poco tempo certezze sono crollate e l’approccio soft è stato archiviato a favore di un più incisivo sistema di tracciamento. Senza voler qui addentrarmi nel dibattito sul bilanciamento tra privacy ed efficienza attraverso la tracciabilità, la scelta del Governo singaporiano è stata netta: per far si che la sua applicazione di tracciamento venisse scaricata ed utilizzata da larga parte della popolazione, dal 12 maggio scorso entrasse in vigore il Safe Entry per il quale chiunque voglia accedere a luoghi pubblici o densamente frequentati deve necessariamente effettuare una procedura di check-in per telefono.

Chiunque visiti una vasta gamma di luoghi di possibile contagio quali: posti di lavoro, scuole, negozi, hotel, strutture sanitarie…dovrà effettuare il check-in con un documento di identità nazionale o scansionando un codice QR sul proprio smartphone, fino ad implementare i processi di check-in all’interno dei taxi e altri mezzi di trasporto.

Il Ministero della salute afferma “La distribuzione sarà resa obbligatoria per i luoghi in cui è probabile che le persone si trovino nelle immediate vicinanze per periodi prolungati, o in spazi chiusi o dove c’è un traffico più elevato … I dipendenti e i visitatori devono effettuare il check-in e il check-out fuori dai luoghi di lavoro e da altri luoghi che utilizzano SafeEntry per aiutare i nostri tracker di contatti a stabilire collegamenti tra i gruppi ed eventuali catene di trasmissione “

Questo sistema di contact tracing, sicuramente molto più efficace del precedente, non può negarsi  che sia assai più invasivo. Appare come un vero e proprio sistema di sorveglianza in quanto i dati registrati da SafeEntry includono nomi, ID, numeri di telefono e orari di ingresso (e di uscita) da posizioni ben definite.

Un sistema simile a quello presente in Australia (CovidSafe), dove il Governo è intervenuto ab origine per chiarire sull’invasività dello stesso e legiferare al fine di impedire l’accesso ai dati da parte delle forze dell’ordine, ed in ogni caso per evitare che tale enorme mole di dati possa per qualsiasi ragione essere portata fuori dai confini nazionali. Permangono comunque preoccupazioni sul rischio di sorveglianza e di sicurezza degli archivi, tanto attraverso attacchi informatici perpetrati da malintenzionati, quanto dal Governo statunitense o sue Agenzie governative dal momento che è tutto ospitato sui server di Amazon Web Services.


Il timore di alcuni esperti è che quanto sta avvenendo a Singapore porti i Governi a preferire sistemi centralizzati, magari obbligando gli utenti ad utilizzare tale sistema, che possano aiutare a determinare in maniera più precisa dove attuare misure più rigorose tra le quali nuovi isolamenti locali.

Ma il problema di fondo è un altro: tutto questo dimostra che le app di contact tracing da sole rischiano di non farcela e, se non adeguatamente supportate da altre misure, per evitare, o nel peggiore dei casi mitigare, ulteriori picchi di infezione potrebbero aprire la strada ad altre forme di controllo più invasive.

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