UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Silvia Romano e gli “haters” cassa di risonanza di al-Shabaab

Il messaggio in bottiglia (molotov!) arriva da Roberto Di Nunzio, analista, saggista e giornalista che si occupa dagli anni 70, anche come docente, degli Effetti Sociali dell’Informazione e dell’Intelligence. E’ stato Project Manager di diverse iniziative comunicative e formative del Ministero della Difesa, di quello dell’Interno e della Presidenza del Consiglio, avviando e consolidando soprattutto in ambito Difesa, l’apertura e la collaborazione con il mondo dell’Informazione. Docente di Elementi di Sociologia dell’Informazione, di Tecniche Sociali dell’Informazione, di Metodologie del Giornalismo e delle Relazioni Esterne, di Effetti Sociali dei Media e di Tecniche Sociali delle Azioni di Influenza anche nelle Università (La Sapienza di Roma, Camerino e Link University). Capo Ufficio Stampa della BNL dal 1978 al 1991, poi Direttore centrale per la Comunicazione Interna ed Esterna del Gruppo Systems & Management, primo gruppo informatico privato italiano negli Anni 90.
Ha collaborato a diverse testate giornalistiche, creandone e dirigendone alcune. Con Umberto Rapetto, tra l’altro, è autore di “Cyberwar – la Guerra della Informazione” per Buffetti Editore nel 1996 (dove per la prima volta in Italia, con prefazione di Beppe Grillo, si è affrontato il tema dell’Information warfare) e poi per Rizzoli “Le nuove guerre” nel 2001, “L’Atlante delle Spie” nel 2002, “Attacco all’IRAQ” nel 2003 e “Note segrete – eroi, spie e banditi della musica italiana” nel 2017.

E se fossero gli  accusatori di Silvia Romano la “cassa di risonanza” degli al-Shabaab ? E se i loro insulti uniti alle passerelle governative aeroportuali alla “Carramba! che sorpresa” avessero nuociuto ulteriormente all’immagine e alla sicurezza del nostro paese ? E se la conversione fosse stata imposta o indotta da chi conosce i bias cognitivi della politica e del giornalismo? 

Domande che sicuramente nessuno dei protagonisti di questa ennesima commedia all’italiana, vittime dei propri bias cognitivi,  sembra essersi posto: né il Governo, seppur avvertito dai Servizi Segreti né quell’orchestra, purtroppo anche spontanea, di hater, troll, comuni utenti del web, intellettuali, imprenditori, giornalisti, tra cui alcuni direttori, e persino un deputato, costretto poi a scusarsi per il suo intervento calembour in aula.

Proviamo ad avviare una provocatoria riflessione qui su Infosec.

Per capire meglio come funzionano certi meccanismi di irresponsabilità, occorre ricordare che proprio basandosi sulle nostre doti caratteriali l’Italia degli Statarelli inventò a metà del XVI secolo la Commedia dell’arte, conosciuta all’estero come “Commedia italiana” o “all’italiana”. Si trattava di rappresentazioni innovative perché non seguivano la regola dei testi scritti, ma gli attori, i comici, recitavano sulla base di un semplice canovaccio, improvvisando sulla scena mimica e battute a proprio estro, ma a favore di pubblico. 

Una “recitazione a soggetto” in cui  aveva un gran ruolo la maschera dello Zanni, caricatura di un ignorantissimo e poverissimo villano o manovale, dove risaltavano appieno la creatività italiana e quella naturale inclinazione a caricare affettatamente ed enfaticamente gesti e parole a discapito dei concetti e della realtà.

Una dote che, almeno da una decina d’anni, è diventata tratto distintivo ed eminente di gran parte della classe politica e del giornalismo del nostro Paese, ugualmente e sempre più orientati dai social alla “strategia dei like”.

Un terreno fertile che anche i vertici degli  al-Shabaab o i loro alleati Jihadisti dovrebbero conoscere bene; un elemento che, assieme ai meccanismi automatici dei media vecchi e nuovi, sicuramente da loro ben conosciuti, può far scattare qualsiasi trappola cognitiva o di senso posta a danno del nostro Paese. Uno Stato unitario, nato appena 159 anni fa, che ancora non riesce a sentirsi Nazione e che su tutto riesce a dividersi in nome di un  campanilismo comunale o di revanscismi politici.

In questo scenario, con gli elementi dati, è facile trasformare qualsiasi cosa o persona; è così che una ragazza italiana di 21 anni rapita in Kenya e poi trasferita in Somalia da un gruppo di terroristi, forse facilitati dalla superficialità organizzativa della Onlus per cui lavorava, tornata in Patria, grazie all’intervento dei nostri Servizi segreti, può essere messa sul palco per l’ennesima sceneggiata all’italiana, trasformandola addirittura in un’icona del terrorismo jihadista. 

Comunicatori senza scrupoli, forse eccitati dalla quarantena, in preda ai loro bias cognitivi, ne fanno da una parte l’oggetto di un’impacciata e poco istituzionale passerella aeroportuale e dall’altro una reietta. 

Le colpe di Silvia Romano sono molteplici e il web le elenca tutte: innanzi tutto, durante la prigionia si è convertita (un grave scandalo in un paese dove i cattolici praticanti sono il 25,40%); è scesa dall’aereo vestita con abiti arabi, anzi islamici! (osservazione da sedicente 007 perché l’abito non è il classico burka degli integralisti, ma semplicemente quello di ogni donna somala, anzi vi compaiono pantaloni e parte superiore a fiori sgargianti, quindi decisamente atipico per una guerrigliera); sorride ed è contenta come “un’oca giuliva” mentre se fosse stata veramente rapita avrebbe pianto e mostrato i segni della sofferenza patita (reminiscenze liceali delle cicatrici sul petto di Aquilio); si toccava la pancia durante l’intervista …ma è tornata da sola oppure sono in due?; Bloccare i pagamenti dei riscatti: far morire un buonista per educarne cento; E’ una terrorista, arrestatela etc etc.  

Anche i politici si unsicono allo shitstorm, tre in particolare esondano: un deputato che in aula la definisce terrorista tentando un calembour che lo costringe dopo qualche ora, sconfessato anche dal leader del suo partito, a ritrattare e scusarsi; un altro più dotato dialetticamente urla un ineccepibile sillogismo: “Se mafia e terrorismo sono analoghi e rappresentano la guerra allo Stato, e se Silvia Romano è radicalmente convertita all’islam, va arrestata  per concorso esterno in associazione terroristica. O si pente o è complice dei terroristi!”, il terzo si aiuta con le immagini  e la vorrebbe addirittura impiccare, ma poi anche lui si pente e cancella il post dalla sua pagina Facebook .

Ovviamente anche le grandi firme non possono far mancare il loro contributo a questo invitante autodafé, infatti giornalisti e alcuni direttori vi partecipano con pari enfasi, ma, essendo senza immunità parlamentare e maneggiando meglio l’italiano e i rischi del mestiere, le denunce per diffamazione, confezionano i loro giudizi ricorrendo all’arzigogolo dell’evanescente e all’indeterminato del detto e non detto. Tutti ovviamente pronti come il deputato a scusarsi subito dopo o meglio a correggersi quel tanto che basta a sembrare “sempre rispettosi dell’obiettività”. Rettifiche e aggiustamenti da cui se si fosse maliziosi si potrebbe dedurre quanto durerebbe la loro coerenza nel caso venissero sequestrati.

Nessuno di questi animosi comunicatori professionali si è posto il problema che l’oggetto del contendere era qualcosa di estremamente delicato che oltrepassava la quotidiana visione delle effemeridi domestiche e ombelicali perché era ed è un fatto di sicurezza nazionale con gravi risvolti internazionali. L’Italia è l’ottava potenza economica del mondo, quindi quando politici e giornalisti italiani recitano a canovaccio dovrebbero ricordarsene. 

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