AEROSPAZIO

Oppy, Marte e i Guns ‘n’ Roses

Sono passati quindici anni dalla missione su Marte e il rover Opportunity ha percorso decine di chilometri sul pianeta rosso

Quella di oggi è una storia vecchia di più di un anno.

Ma si sa come fanno le belle favole, hanno bisogno del momento giusto per essere raccontate, e delle orecchie adatte ad ascoltarle. È l’avventura di Spirit ed Opportunity, i due rover lanciati oltre quindici anni fa dalla NASA su Marte.

Quando stavano per essere inviati nel vuoto immenso dello spazio, partecipai ad una call internazionale. Si voleva simbolicamente dare all’impresa una dimensione ideale oltre che scientifica, e si chiese al mondo intero di partecipare. Come centinaia di migliaia di altre persone, inviai via web il mio nome perché fosse inciso sulla memoria dei due rover, e con essi andasse in giro per il Pianeta Rosso.

Il lancio andò bene, e sia Spirit che Opportunity raggiunsero le aree di rilevamento designate: il primo nell’area del cratere Gusev; mentre il secondo fece un apparentemente sfortunato atterraggio nel cratere Eagle, una delle poche depressioni dell’altrimenti piatto Meridiani Planum. La vita operativa dei rover era prevista pari a circa tre mesi, e Spirit la oltrepassò nettamente, smettendo di funzionare dopo ben due anni. Dopo la morte del rover gemello, invece, Opportunity dimostrò una vitalità inaspettata aprendo, in ossequio al proprio nome, l’opportunità di conoscere in maniera estesa la realtà marziana.

Da allora sono passati quindici anni, ed il rover ormai noto con il nomignolo affettuoso di Oppy ha percorso alcune decine di chilometri sul suolo di Marte, fornendo dati ed emozionanti fotografie panoramiche dell’ambiente circostante. Grazie a questo piccolo guerriero su sei ruote, abbiamo avuto l’opportunità di togliere un gran pezzo del pianeta rosso dai libri di fantascienza, e ricondurlo alla sua dimensione di deserto brullo, con tracce di atmosfera e persino di acqua. Inutile dire che la missione è stata una pietra miliare per riportare l’attenzione dell’uomo sull’esplorazione spaziale.

Non è un caso che, dopo l’abbandono del programma Shuttle e alcuni decenni di operazioni in orbita circumterrestre con la Stazione Spaziale Internazionale, compagnie private e la stessa NASA abbiano ripreso a sognare in grande, progettando un ritorno sulla Luna per il 2024 ed i primi tentativi verso Marte per gli anni Trenta del secolo che stiamo vivendo. Per chi come me era solo un neonato all’epoca del primo allunaggio, questo nuovo fervore è una boccata d’aria pura ed un viatico ideale verso la missione spaziale della nostra vita.

Quanto alla lunga avventura di Oppy, le cose sono cambiate nell’agosto 2018, quando il rover è stato investito dall’ennesima tempesta di polvere, un evento che su Marte è piuttosto comune. La caratteristica di queste tempeste è quella di durare per diversi mesi e di interessare zone anche molto vaste del pianeta. L’oscuramento del cielo conseguente è ovviamente una minaccia mortale per i rover, che funzionano ricavando energia elettrica dai propri pannelli solari. Quando in passato eventi simili si sono verificati, Oppy è sempre riuscito a mantenere un livello minimo di funzionamento, per poi tornare alla piena attività una volta che il sole è tornato a splendere. Non questa volta.

L’ultimo messaggio del rover è stato costituito da due numeri: 22 e 10,8. Il primo si riferiva al numero di Watt per ora ricavabili per ricaricare le batterie – un valore assolutamente insufficiente. Il secondo era una misura dell’opacità dell’atmosfera, diventata elevata per via della tempesta.

Sulla Terra, gli scienziati della NASA hanno letto i due numeri ed hanno capito che tutto stava per finire. Da un punto di vista scientifico, hanno accettato freddamente la cosa, prendendo atto della fine della missione. Ma da un punto di vista emozionale, ormai affezionati ad una macchina diventata un compagno di vita, sperduta e sola nelle vastità marziane, lo hanno tradotto come “la mia batteria è scarica, e si sta facendo buio“.

A me invece vengono in mente le parole di una immortale canzone di Bob Dylan, che negli anni della prima gioventù la mia generazione ha cantato a squarciagola nella versione dei Guns ‘n’ Roses: It’s getting dark, to dark too see. Feels like I’m knocking on the Heaven’s door.

Sta diventando buio, troppo buio per vedere. Sento che sto bussando alla porta del Paradiso.

Riposa in pace, guerriero Oppy, e grazie per averci ridato il coraggio di sognare.

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