STRATEGIE

ONG, riscatti e sicurezza

A cercare di capire qualcosa di più sull'organizzazione Africa Milele cui Silvia Romano appartiene, si scoprono cose che meritano considerazione

Le ultime ore hanno visto il ritorno in Italia di Silvia Romano, la cooperante della ONG Africa Milele rapita diciotto mesi fa. Come per altri casi simili del passato, si è scatenata sul web la solita discussione sulle modalità di rapimento, sul suo aspetto al ritorno, sul riscatto pagato, con pareri e riflessioni più o meno centrate e infuocate.

Diciamolo subito: impegnarsi personalmente in favore del prossimo e dei meno fortunati è forse l’attività più nobile che ci sia. Il mondo è pieno di persone che vivono in condizioni di difficoltà o di bisogno materiale, ed è doveroso per chi sia nato in contesti maggiormente fortunati portare aiuto in nome della semplice solidarietà umana. In questo contesto, i volontari, i cooperanti e tutti quanti lasciano casa, affetti, lavoro o studio per dedicarsi al prossimo sono individui degni della più alta considerazione.

È ovvio che operare in contesti internazionali difficili implica la messa in conto e l’accettazione di disagi e rischi. Come gli operatori professionisti delle organizzazioni internazionali delle Nazioni Unite o dei vari enti benefici come la Caritas o la Mezzaluna Rossa ben sanno, operare sul campo significa accettare il rischio di ammalarsi, di dormire come e dove capita, di dedicare alla propria igiene non la stessa attenzione che si dedica a casa. Significa venire a contatto con l’umanità dolente e prendere su di sé una parte del carico, a volte a rischio della vita.

Per questo motivo, le grandi organizzazioni hanno in piedi sistemi di mitigazione del rischio fatti di un misto di misure materiali di sicurezza, di coperture sanitarie e anche di strumenti finanziari. Chi opera sul campo per questi grandi enti – come anche per le aziende private che agiscono negli stessi contesti – è coperto da un’assicurazione che vada a coprire i bisogni propri e dell’eventuale famiglia in caso di evento infausto.

Accanto ai grandi enti, esiste tuttavia una galassia di piccole e piccolissime ONG, i cui volontari non necessariamente hanno lo stesso livello di copertura. Operando in maniera individuale, secondo proprie logiche e strategie, e con budget sicuramente più risicati, esse concentrano giustamente le proprie risorse sulle operazioni. Questo può avere come conseguenza l’impossibilità di provvedere in proprio quando qualcuno dei propri membri venga ad esempio rapito, e sono costrette a chiedere l’aiuto dello Stato di appartenenza. Il quale Stato, se pur con una graduazione di risposta caso per caso, di solito tende a farsi carico delle operazioni di recupero e del pagamento dell’eventuale riscatto.

Sull’opportunità di pagare o meno i rapitori, non entriamo, portando come esempio di discussione un esauriente articolo della rivista Limes di qualche anno fa. Va tuttavia capito, fermo restando quanto sopra, se sia opportuno rivedere qualcosa nelle modalità operative delle ONG, data la loro frequente scarsa consistenza finanziaria e capacità di risposta ad eventi di rapimento.

Quando si cerca di capire qualcosa di più, ad esempio, sulla ONG Africa Milele cui Silvia Romano appartiene, si scoprono alcune cose che meritano attenta considerazione. L’ultimo bilancio disponibile sul sito, quello dell’esercizio 2018, è di circa 56.000 euro complessivi. Di questi, solo 156 sono dedicati a spese assicurative – probabilmente una copertura standard per gli incidenti in ufficio. Negli esercizi degli anni precedenti, la voce non è presente come tale, a meno che le spese di assicurazione non siano ricomprese in qualche altro capitolo. È di rilievo tuttavia che il bilancio sia sempre compreso tra i 40.000 e i 60.000 euro circa.

In buona sostanza, quindi, ci troviamo di fronte ad una piccolissima realtà, la quale non è probabilmente in condizione di pagare gli elevati premi assicurativi che consentono la copertura del rischio per i propri operatori. In contrasto a ciò, lo Stato ha doverosamente pagato un riscatto di alcuni milioni, vale a dire qualche decina di bilanci della stessa organizzazione.

Fermo restando il diritto all’esistenza delle piccole ONG, va tuttavia trovato un punto di equilibrio con il diritto dello Stato a non trovarsi a dover provvedere in prima persona, e nella totalità dell’importo del riscatto, al recupero dei rapiti. Tale punto di equilibrio potrebbe essere trovato attraverso la costituzione di un fondo assicurativo comune, cui le diverse ONG dovrebbero obbligatoriamente aderire, pagando ognuna in ragione delle proprie capacità di raccolta. Tale fondo potrebbe essere lo strumento assicurativo di una Federazione delle organizzazioni umanitarie, la quale avrebbe l’autorità e l’interesse a graduare l’operatività dei singoli a seconda del livello di rischio che possono affrontare in ragione del contributo al fondo stesso. 

Negli ultimi anni abbiamo avuto numerosi casi di rapimento di operatori umanitari o di altra natura nelle zone a rischio. Tra gli ultimi, quello delle due Simone, di Greta e Vanessa, e quello di Silvia Romano. Ognuno è costato alcuni milioni, che avrebbero potuto più utilmente essere impiegati in operazioni di soccorso nei paesi meno fortunati. È chiaro che va aperta una discussione in merito, andando a valutare una strategia che contemperi il dovere di aiuto umanitario con il semplice buon senso.  

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