STRATEGIE

Il caso Romano e l’Italia agricola

Il fatto agricolo è che lo Stato scuce quattro milioni di Euro dei contribuenti per recuperare una cittadina mandata allo sbaraglio in un’area a rischio per svolgere un’attività non essenziale

Un mio saggio zio, di fronte alle stranezze della nostra beneamata Italia, usava dire: “Cosa vuoi, Nipote, l’Italia è un Paese agricolo…”. A me veniva istintivamente di pensare che magari lo fosse davvero: sarebbe stato almeno legato alla realtà delle cose!

In questo curioso Paese agricolo avviene che una società, la Bonatti di Parma, venga condannata per “cooperazione colposa in delitto doloso” per aver sottovalutato e non aver gestito il rischio al quale esponeva alcuni propri dipendenti, inviandoli a lavorare in un Paese in effetti pericoloso, nella fattispecie la Libia. Avvenne che quattro suoi tecnici furono oggetto di un sequestro di persona, e che due poi morissero in uno scontro a fuoco con le Forze dell’Ordine mentre venivano trasferiti da una prigione all’altra. “Il rapimento, ha sostenuto la procura, poteva essere evitato se la società avesse attuato le misure di sicurezza”, recita il sottotitolo di un quotidiano che riportava la notizia della condanna ad un anno e dieci mesi dei vertici della società, essa stessa oggetto di una sanzione di 150mila Euro perché il fatto integra anche una violazione della responsabilità della società per fatto illecito del dipendente, la famigerata “231”.

Ad essere sinceri, il fatto curioso non è la condanna della Bonatti, sacrosanta se e quando l’azienda abbia omesso di tutelare i propri dipendenti rispetto a dei rischi molto concreti per la loro incolumità fisica.

Il fatto agricolo è che la sentenza sia stata pronunciata da un organo giudiziario dello stesso Stato che poi scuce -dicunt- quattro milioni di Euro dei contribuenti per recuperare una propria cittadina, mandata allo sbaraglio in un’area a rischio elevatissimo da una Onlus marchigiana, per svolgere un’attività sicuramente non essenziale. Come rileva Toni Capuozzo in una sua nota, ben poteva questa attività essere fatta fare ad un keniota, portandolo in Italia a fare un corso da puericultore, e finanche costruendo una scuola in loco, con una spesa assai inferiore a quella sostenuta per una “cooperatrice volontaria”. E, altro fatto agricolo, per “volontario” non si intende una persona che non viene pagata, affatto. Sappiamo dalle precedenti analoghe e dolorose esperienze, come quella della Signora Sgrena la cui liberazione costò la vita di un valoroso Funzionario, che i “volontari” sono remunerati eccome. Altro fatto che non può che sostanziare il ruolo di “dipendente” che il “volontario” ha, di fatto, e di “Datore di Lavoro” della Onlus di turno.

E ancor più agricola è la circostanza, nella vicenda della Sig.na Romano, che lavorasse per una Onlus il cui bilancio pubblicato, per il 2018, prevede un turnover complessivo di 55.955,07 Euro, dei quali ben 156 spesi per una assicurazione… e 0,00 per il personale. E la Signorina a carico di chi si trovava laggiù?

Quindi, lo Stato italiano agricolo prevede che un’azienda effettui una valutazione dei rischi legati alle proprie attività in Patria e all’estero, che provveda alla loro mitigazione, ad una copertura assicurativa adeguata, all’eventuale uso di macchine blindate, telefoni satellitari, autisti, contractor, scorte e quant’altro, per la sacrosanta tutela della vita e dell’integrità fisica dei propri cittadini. Ed è giustissimo: nulla vale la vita di un uomo, e la Costituzione recita, all’art. 32, che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Ma se la ratio della tutela della salute è che si tratti un diritto dell’individuo, perché l’esercizio di questo diritto è obbligatorio e sanzionato per un’azienda e non lo è per una Onlus?

Se io azienda non ho una struttura ed una capacità tali da inviare dei miei tecnici in Libia semplicemente non posso farlo. Altrettanto semplicemente, se io Onlus ho un bilancio di 55.955,07 Euro mi dovrei occupare di un gattile o di qualche pasto ai clochard, non organizzare una spedizione internazionale a 9250 km da Fano, in un’area nella quale il rischio “sequestro di persona”, secondo un’accreditata agenzia di travel security, a novembre 2018 era di 7,5 su una scala da 1 a 10. In un Paese nel quale il sito della Farnesina dedicato ai viaggiatori (www.viaggiaresicuri.it ) sconsiglia di andare se non per motivi urgenti e rispetto al quale il Governo britannico (il Kenia è una ex-colonia UK) afferma nei suoi “travel advice” che “Attacks could occur at any time”…

Viviamo in una dicotomia schizofrenica che non ha alcuna giustificazione, né logica né morale. Infatti, se è pienamente conforme alla morale ed al diritto pretendere una cosa da un’azienda, nell’interesse della tutela dalla vita e della salute, non si capisce perché la stessa cosa possa essere considerata ammissibile per una banda di allegre anime belle. Dicotomia agricola…

Quindi, dalla incredibile leggerezza di questi buontemponi deriva per noi contribuenti un costo vivo di 4 milioni, a dar retta alle voci correnti, oltre ai costi sostenuti per una lunga e complessa trattativa da parte di funzionari pagati dallo Stato.

A questo vogliamo aggiungere due ulteriori considerazioni.

Una è che pagando un riscatto ad una banda di terroristi di fatto la finanziamo. E ricordiamoci che Al Shabab non è una banda di ladri di polli ma un’organizzazione criminale che è stata in grado di far scappare dalla Somalia gli USA e l’Italia. Abbiamo lasciato sulle sabbie somale molto sangue italiano. Solo a Check Point pasta abbiamo avuto 3 morti e 22 feriti… Per proteggere le navi in transito a largo del Corno d’Africa dai pirati somali è in loco una missione internazionale di guerra. E mi fermo qui.

L’altra è che con questo schema di trattativa abbiamo compromesso interessi geopolitici strategici per l’Italia. L’intervento turco non ci costerà solo una quota parte dei famosi quattro milioni, dato che la Turchia considera obiettivo primario la Libia, oltre che il Corno d’Africa, che sono tra le poche zone al mondo dove ancora contiamo qualcosa. Vedremo nei prossimi mesi in cosa consisterà il conto vero da pagare. Agricolo, ovviamente.

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