TECNOLOGIE & SALUTE

Davvero non vi frega nulla della vostra libertà futura?

Chi ci garantisce che Immuni sia… immune agli ultrasuoni? Sapete che esistono app pronte a fare la spia innescate da segnali audio inaudibili dagli esseri umani?

Il nostro udito ha dei limiti. Animali ed apparati tecnologici, invece, possono riconoscere e reagire anche a suoni la cui frequenza audio è inferiore a 20 Hz (infrasuoni) o superiore a 20.000 Hz (ultrasuoni).

Niente paura, non è una disquisizione scientifica ma soltanto una informazione preliminare.

Tanta paura, piuttosto, perché quel che si sta per leggere non rassicura affatto, specialmente in un periodo in cui tutti parlano di tracciamento senza definirne compiutamente i confini.

Un cane riceve e sente gli ultrasuoni. Lo potete chiamare o far smettere di abbaiare con semplici fischietti il cui uso non disturba nessun essere umano.

Il vostro smartphone – pur senza guaire – reagisce ad analoghe sollecitazioni acustiche.

Non è storia nuova, affatto. Già alcuni anni fa, le società di marketing digitale (come quelle che hanno contribuito alla realizzazione di Immuni) hanno iniziato ad utilizzare segnali ad ultrasuoni per verificare e tracciare gli interessi delle persone (in possesso di smartphone) cui veniva indirizzato un determinato messaggio pubblicitario.

Facciamo un caso pratico.

Un annuncio televisivo, apparentemente innocuo, emette un segnale audio inaudibile, fuori quindi dalle frequenze percettibili da un essere umano ma perfettamente ascoltabile dal moderno telefonino dello spettatore.

Lo smartphone capta il segnale e si limita a passarlo ad una app (ufficialmente destinata a tutt’altro) che provvede a trasmettere ad un determinato server una serie di informazioni estremamente interessanti per la “profilazione” della potenziale clientela del prodotto reclamizzato. I dati che vengono trasferiti fanno sapere chi, quando, per quanto tempo, dove e cosa ha seguito.

Questa dinamica può valere per uno spot promozionale, un programma di intrattenimento, un talkshow politico, una competizione sportiva o una singola efferata notizia di cronaca. Se il televisore trasmette quel segnale, lo smartphone ubbidisce meglio di quanto non sappia fare il nostro amico a quattro zampe.

Il risultato? Il possessore dello smartphone che ha caricato un’applicazione “traditrice” viene schedato in ogni minimo dettaglio: si conosceranno non solo i suoi interessi per un certo segmento commerciale, ma anche le simpatie calcistiche, le preferenze per questo o quel partito, persino le convinzioni religiose se il “segnale” viene emesso durante la trasmissione della Santa Messa…

Non è fantascienza. Magari lo fosse.

Nel 2016 la Federal Trade Commission lanciò negli USA uno specifico allarme in proposito e l’anno successivo, per contrastare questa forma di impercettibile monitoraggio, pubblicò un elenco di 234 app Android che in gran segreto ascoltano segnali ad ultrasuoni e avviano attività all’insaputa del possessore dello smartphone su cui sono installate. Un problema serio cui la Technische Universitat Braunschweig in quel di Brunswick (in Germania) ha dedicato un approfondimento che gli addetti ai lavori senza dubbio hanno ben presente.

Sicuramente gli esperti della task force del Ministero dell’Innovazione e i funzionari del Garante per la protezione dei dati personali queste cose già le sanno e ne avranno tenuto o ne terranno conto nei test mirati ad accertare gli aspetti relativi a sicurezza e privacy.

Ci piacerà leggere nelle loro esaustive relazioni, e magari anche in quella del COPASIR, che questa orwelliana fattispecie non è stata trascurata.

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