TUTELA DEI MINORI

Pedofili smascherati dagli hacker: pubblicati nomi, telefoni e foto di questa gentaglia

Non una operazione di polizia, ma una attività di “pulizia”

I moderni sistemi di comunicazione sono la rete fognaria delle escrezioni sociali condivise e propagate con gli strumenti abitualmente a bordo di smartphone, tablet e computer.

La preoccupazione dilagante è quella di bloccare Telegram, il sistema di messaggistica istantanea che maggiormente promette (e non mantiene) invisibilità e anonimato, mentre ci sarebbero da perseguire i responsabili di condotte ignobili che utilizzano tale mezzo.

Siamo dinanzi all’equivalente di chi vuol far chiudere le autostrade o le statali perché sennò ci sono dei pazzi che le percorrono a folle velocità, provocando morti e feriti. Darei, piuttosto, la caccia a chi guida fuori da ogni regola, magari vantandosi di aver oscurato la “targa” che invece – come su Telegram – rimane decifrabile da chi la sa leggere.

L’applicazione identificata con l’icona dell’aeroplanino è al centro di mille polemiche e muove lo sdegno collettivo: immagini pornografiche di donne più o meno famose e di ragazzette troppo innamorate che si sono fatte ritrarre in pose inopportune popolano i messaggi, animano le condivisioni, innescano collezioni e scambi tra utenti che non esitano a creare “gruppi” quasi non potessero fare a meno di ricreare virtualmente il “branco” di loro simili.

Il fenomeno del “revenge porn”, sulle pagine di tutti i giornali, consiste nella diffusione di foto “audaci” per fare del male a chi vi è ritratto, vuoi per vendetta, vuoi per estorcere denaro.

C’è ben di peggio.

Su Telegram (e non solo lì, e questo è il guaio) lo scarto della nostra umanità veicola quantità immani di materiale pedopornografico. Foto e video di minorenni – addirittura in età prescolare – esposti nella loro nudità, ripresi in atti sessuali, immortalati in scene di violenza e di mortificazione carnale, vengono barattati e venduti in un mercato affollato di mercanti e acquirenti ripugnanti.

A questi orribili soggetti, indegni di appartenere alla razza umana, hanno dichiarato guerra gli abitanti degli inferi tecnologici, quelli che l’opinione comune etichetta come i diavoli della Rete.

Il cosiddetto “underground computing”, come dicono i vecchi di Internet, ha pensato di castigare chi si macchia di certe infamie. “Esercizio arbitrario delle proprie ragioni” dirà subito qualche purista del diritto, “violazione della privacy” aggiungeranno i tutori della riservatezza dei dati personali, “accesso abusivo a sistemi informatici” non mancherà di sottolineare chi sa tutto di computer crime…

Dove manca lo Stato, l’ordine e la giustizia vengono amministrati localmente da chi non è autorizzato. Ne sanno tristemente qualcosa certi territori del nostro Paese dove la latitanza istituzionale ha spianato la strada all’affermarsi del crimine organizzato.

Ma forse stavolta ci si trova dinanzi ad uno scenario diverso, anche se il quisque de populo si aspettava che a sgominare certi individui schifosi fosse lo Stato e non un manipolo di volontari che da “hacker” si sono ritrovati ad indossare i panni di un “vendicatore” di cui non ci sarebbe bisogno se tutto funzionasse per bene.

I “pirati”, quelli soliti ad essere visti come i “cattivi”, hanno scelto di recitare la parte dei “buoni” in una avventura sconvolgente che purtroppo è vera e non è stata stralciata da un set cinematografico.

Nomi, cognomi, foto personali, indirizzi di casa, identificativi IP, numeri di utenza cellulare e altre informazioni riconducibili ai lussuriosi abitanti del girone infernale dei pedofili sono stati resi pubblici.

Una sorta di caccia all’uomo, senza che nessuno abbia interesse ad intascare una eventuale taglia. Non bounty killer, ma banditi hi-tech che – almeno loro – un briciolo di etica l’hanno ancora conservata.

Chi vuole sapere cosa abbiano combinato o stiano combinando quelli di LulzSec_ITA  o quegli altri di HHackboyz, può consultare le rispettive pagine su Twitter così da scoprire quel che è finito nelle loro grinfie nel corso del rastrellamento online.

Persino le immagini oscurate riescono a suscitare conati di vomito anche per chi è di “stomaco forte”. Le “chat” che hanno raccolto sono disgustose e offrono l’opportunità di radiografare l’abominio che ignoriamo.

L’assenza di valori o – quel che è peggio – l’idolatria di modelli di vita che non troverebbero posto nemmeno nelle sequenze di “Arancia meccanica” o negli stupri delle Bestie di Satana, si materializzano nelle poche righe di messaggi scambiati con nonchalance dalla “gente” contemporanea.

Difficile dire “bravi” a quelli che, per inchiodare il pattume della società, si sono serviti di metodi e tecniche “border line” o persino illegali. Ma è ancor più difficile non dire loro “grazie” e non chiedersi perché certi blitz non li abbiano fatto prima altri che erano tenuti e legittimati a farli.

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