SPECIALE CORONAVIRUS

Quanto vale la vita di un anziano? L’incubo del triage

A fronte dello tsunami coronavirus, i nostri rianimatori sono stati costretti a compiere scelte laceranti nell’allocazione delle risorse disponibili

Da febbraio di quest’anno, solo per la terza volta sono riuscito a tornare a casa, in occasione del Primo Maggio, perché quotidianamente impegnato nell’emergenza COVID!

La mia attenzione è stata attirata dall’ennesima notizia radiofonica sulla pandemia, da un cartellone affisso sul muro del comune di Tolentino in cui abito (vedi sotto) e da uno spot pubblicitario: cosa legava le tre cose?

Tutte avevano come protagonisti le persone anziane, ma con approcci antitetici: le ultime due rivolgevano un ringraziamento ai nostri anziani per tutto il lavoro svolto e gli insegnamenti trasmessi e che ci hanno permesso di diventare un Paese progredito. La prima notizia riportava la denuncia di familiari di vittime anziane di una casa di riposo di Vercelli, il cui ricovero in ospedale sarebbe stato rifiutato con la seguente motivazione da parte del personale del 118 locale “Al momento abbiamo solo un posto letto disponibile, e sarebbe meglio lasciarlo libero ad un paziente giovane, piuttosto che ad una persona con poche speranze di sopravvivenza” (https://www.vocedinapoli.it/2020/04/30/coronavirus-anziani-respinti-da-ospedale-muoiono-dopo-7-giorni-posto-libero-dobbiamo-lasciarlo-a-un-giovane/).

È evidente lo scollamento schizofrenico tra la narrazione ufficiale e l’impostazione culturale alla base delle scelte che sarebbero state compiute a causa dello “squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, come recitano le “RACCOMANDAZIONI DI ETICA CLINICA PER L’AMMISSIONE A TRATTAMENTI INTENSIVI E PER LA LORO SOSPENSIONE, IN CONDIZIONI ECCEZIONALI DI SQUILIBRIO TRA NECESSITÀ E RISORSE DISPONIBILI” (SIAARTI – Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, 6 marzo 2020).

A fronte dello tsunami improvviso e inaspettato che ha travolto le nostre Unità Operative di Terapia Intensiva, è apparso evidente che i nostri rianimatori sarebbero stati costretti a compiere delle scelte laceranti nell’allocazione delle risorse disponibili: l’incubo per ogni medico.

L’incipit delle linee guida SIAARTI, perfettamente condivisibile, riconosce che “uno scenario di questo genere è sostanzialmente assimilabile all’ambito della ‘medicina delle catastrofi’, per la quale la riflessione etica ha elaborato nel tempo molte concrete indicazioni per i medici e gli infermieri impegnati in scelte difficili.

Tuttavia, contrariamente a tutte le indicazioni etiche in questo settore, le Linee Guida raccomandano di effettuare un triage sulla base dell’età anagrafica e della presenza di comorbilità, unitamente alle “volontà precedentemente espresse dai pazienti attraverso eventuali DAT (disposizioni anticipate di trattamento)”.

Lungi da me qualsiasi tentazione di ergermi a novello Catone, non posso non effettuare alcune considerazioni, sulla base di una quasi quarantennale esperienza in ambito della medicina delle catastrofi.

  1. Va da sé che un’esperienza pluridecennale comporta un’età anagrafica “a rischio” di scorrere in fondo a un eventuale lista di “pretendenti” alle cure intensive.
  2. Va da sé che la comorbilità è una condizione ineludibile in quasi tutti gli over “anta”, il che mi farebbe scorrere ancora più a fondo nella lista.
  3. Faccio il calcolo e mi accorgo che ho due delle tre caratteristiche previste per non essere “raccomandato”. Pertanto corro subito ai ripari e, per la prima volta nella mia vita, redigo di mio pugno le Disposizioni Anticipate di Trattamento, in controtendenza a quanto generalmente compare in questi documenti e DISPONGO (evidenziando bene questo verbo e le mie volontà) che, in caso di sopraggiunta incapacità, mi siano garantite tutte le attività di sostegno vitale, compresa la ventilazione, l’idratazione e la nutrizione artificiale. A questo punto faccio affidamento su questo documento che porto sempre con me, nella speranza che costituisca quel discrimine tanto auspicato, in caso di necessità.
  4. Inoltre, ai più accorti non è sfuggito che la condizione di comorbilità costituisce la condizione permanente di un’altra categoria di persone: le persone con disabilità, di qualsiasi grado (lieve, moderata, grave) e di qualsiasi forma (fisica e mentale), con l’aggravante che la disabilità non ha età!

Né mi ha sollevato il fatto che questa impostazione culturale avesse le stesse caratteristiche del COVID, ossia fosse pandemica, dal momento che tali Raccomandazioni hanno guidato il triage in quasi tutti i Paesi interessati dal Coronavirus.

Pur tuttavia, avendo effettuato (tra i tanti hobby culturali) anche studi di bioetica, condivido l’impostazione di tutti  i Comitati Nazionali di Bioetica che si sono espressi su questo argomento, ritenendo eticamente ammissibile solo il triage effettuato sulla base dei criteri di appropriatezza clinica e proporzionalità delle cure da effettuare “bed side” da parte del clinico, poiché “ogni altro criterio di selezione, quale ad esempio l’età, il genere, l‘appartenenza sociale o etnica, la disabilità, è eticamente inammissibile, in quanto attuerebbe una graduatoria tra vite solo in apparenza più o meno degne di essere vissute, costituendo una inaccettabile violazione dei diritti umani” (Comitato Sammarinese di Bioetica, “Risposta alla richiesta di parere urgente su aspetti etici legati all’uso della ventilazione assistita in pazienti di ogni età  con gravi disabilità in relazione alla pandemia di COVID-19” http://www.sanita.sm/on-line/home/bioetica/comitato-sammarinese-di-bioetica/pareri-csb.html – Parere COVID e disabilità)

Ripercorrendo l’itinerario inverso che mi riporta nella mia “residenza temporanea” da qualche mese, sono accompagnato da queste riflessioni, fino a che non giungo all’ingresso dell’ospedale in cui lavoro, l’unico Istituto geriatrico esistente in Italia (INRCA-IRCCS) che mi accoglie con lo slogan “per una longevità attiva”… e temo di lavorare con pazienti “poco raccomandabili”!

Back to top button
Close
Close