SPECIALE CORONAVIRUS

COVID-19: la solidarietà costa 280 euro (di multa)

“Dura lex, sed lex” oppure ci troviamo dinanzi all’epitaffio per la morte del buon senso?

Un ultraottantenne, malato di Parkinson, esce per fare due passi sotto casa. Ha la mascherina, non gli mancano i guanti. Vede la serranda di una gelateria abbassata a metà perché è appena uscito qualcuno per andare a consegnare a domicilio una vaschetta di gelato, attività disperata di chi – aggrappato con le unghie su una sdrucciolevole parete di vetro – cerca di salvare i sacrifici di una vita approfittando della concessione di recapitare il proprio prodotto alimentare.

L’anziano si curva, non riesce a passare agevolmente e allora, con grande fatica, alza poco poco la saracinesca e si intrufola nell’esercizio pubblico. Il proprietario gli spiega garbatamente che non si può entrare, ma il vecchietto – bene in vista i suoi occhi pieni di solitudine – chiede la cortesia di avere una coppetta da portare via non potendo certo ordinare al telefono un contenitore la cui quantità esorbita la sua facilmente immaginabile capacità di consumo.

Il gelataio lo rassicura e in un attimo gli confeziona una piccola coppa e, con l’affetto che dovrebbe caratterizzare la vita di quartiere soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, gliela regala invitandolo con delicatezza ad uscire immediatamente. L’esercente, timorato di Dio e del fisco, “batte” lo scontrino anche se non si è fatto pagare, così da evitare le disavventure che qualche suo collega in giro per l’Italia ha passato, donando al proprio figliolo in età prescolare un cono al cioccolato senza emettere il prescritto documento fiscale.

Come l’anziano si allontana – forse con la mascherina deformata da un sorriso ritrovato – nella piccola bottega entrano due agenti della Guardia di Finanza che, senza aver visto gli evidenti e ben più pericolosi assembramenti sulla piazza antistante e senza aver udito gli strilli delle squadre di calciatori che tra le aiuole ritenevano di essere al Maracanà, non esitano a contestare la violazione amministrativa commessa dall’imprudente gelataio.

Il negoziante, che era convinto di aver solo fatto una buona azione, come si legge nel verbale, ha violato l’“articolo 1 comma 1 lettere da z) a cc) ed articolo 2 commi 1 e 2 del D.P.C.M. del 10 aprile 2020”.

La contestazione non fa una piega, anche se stride con il tanto dichiarato interesse che la politica strombazza nel voler salvare le microscopiche realtà imprenditoriali che costituiscono il tessuto sociale di questo Paese.

Ho fatto lo sbirro per parecchi anni. Conosco le leggi e il dovere di rispettarle e di farle rispettare, ma non ho mai ammesso la khomeinista ortodossia che non lascia spazio al buon senso.

I 280 euro di multa e la chiusura provvisoria dell’attività per un periodo di cinque giorni ho l’impressione che collidano con l’equità che invece dovrebbe ripianare un orizzonte in cui le asperità sono solo all’inizio.

La prossima volta che la pattuglia passerà in quella via, la serranda sarà perfettamente chiusa. E forse saranno tirate giù sia quella prima, sia quella successiva. E non saranno abbassate per un temporaneo vincolo di legge, ma solo per l’asfissia economica e finanziaria che ha stritolato i polmoni anche delle minuscole imprese a conduzione familiare, soffocando inesorabilmente chi quel respiro lo ha già faticosamente trattenuto per anni.

Quel giorno, in cui si leggerà “vendesi attività” o “affittasi locale commerciale”, si strozzeranno anche le statistiche dei “risultati di servizio”. Non ci sarà più nessuno da verbalizzare, ma ricorderemo tutti la storia del gelataio e dell’ultraottantenne che voleva addolcire la sua solitudine con un cucchiaino di crema.

L’atmosfera vagamente sudamericana di forze dell’ordine che setacciano la città in assetto di guerra non aiuta. Giusto punire i furbi e le persone in malafede. Lo si deve fare con rigore e senza esitazione, ma ci si deve ricordare che la gente vede nell’uomo o nella donna in divisa qualcuno che lo può aiutare, capire, indirizzare, salvare.

Troppo spesso, però, l’atteggiamento di chi crede di incarnare il potere finisce in bilico tra “la legge sono io” (frase storica del “giudice Dredd” nell’omonimo film del 2012) e il quiz televisivo “King for a day” (Re per un giorno), facendo dimenticare al pubblico le migliaia di persone che servono il proprio Paese fino al sacrificio della propria vita.

Storie come questa ci devono far riflettere. Se qualcuno con la vernice scrive ACAB su un muro, vuol dire che non sa quanto sia dura fare bene quel mestiere e quanto costi a chi si ostina a farlo. Ma basta poco per lasciare l’amaro in bocca a chi poi fa di tutta l’erba un fascio.

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