AFFARI & FINANZA

L’Italia non liberata

La riunione di Bruxelles tra i capi di governo europei ha partorito il topolino. Anzi, nessun fatto e qualche promessa

La riunione dei capi di governo a Bruxelles è avvenuta in prossimità del 25 aprile, data storica che ha segnato la liberazione dell’Italia dal giogo nazi-fascista. Sembrava che questa collocazione temporale potesse far ben sperare, e che come allora anche oggi ci saremmo potuti liberare, se non  del virus, almeno della paura di non farcela. Dalla paura che la nostra economia non avrebbe retto a questo terribile shock causato dal Covid-19.

Ma la montagna ha partorito il topolino. O peggio, non ha partorito nulla ed ha prodotto solo promesse. Dai resoconti della riunione del 23 Aprile si apprende che è stato dato mandato alla Commissione europea di predisporre, nell’ambito del bilancio 2021-2027, un fondo per il sostegno della crisi Covid-19. Non è stato però definito l’ammontare, le tempistiche e come tali soldi saranno poi impiegati. L’incertezza dunque, regna sovrana. Lo hanno percepito anche le borse che il giorno 24 aprile hanno chiuso la giornata in territorio negativo.
Ma sopratutto chi attende aiuti concreti non ha avuto risposte.

Uno studio effettuato da Prometeia, Ld’A, Roma Tre, Università studi di Milano e l’European University Institute, ha individuato le dodici filiere che compongono il Pil Italiano escludendo la Pubblica Amministrazione. Ciascuna di queste filiere racchiude al suo interno 192 microsettori, e sono compresi tutti i cicli associati alla determinata attività. Ad esempio nel settore agroalimentare si considera la produzione, la trasformazione, gli imballaggi, i produttori dei macchinari associati, i produttori dei prodotti chimici e così via.

Da questi dati scopriamo che  l’incidenza del fermo di un settore come “i servizi di alloggio e ristorazione” ha come conseguenza un abbattimento del Pil del  8,7%  su base annua. Il commercio all’ingrosso (esclusi autoveicoli e motocicli) incide per il 9,2%. Le industrie tessili si attestano al 7,6%, le costruzioni al 10,7%. La chiusura di un ristorante non è dunque una faccenda che coinvolge il singolo proprietario o il dipendente del medesimo, ma ha un impatto che coinvolge una lunga filiera ad esso connesso. Il fallimento a causa di mancanza di denaro, o per l’eccessivo debito accumulato comporta un effetto domino di proporzioni notevoli. La richiesta che si sente fare ormai da tutti i settori in Italia è la possibilità di riaprire presto, per riattivare le entrate di denaro e di aiuti concreti per evitare il fallimento dell’impresa. La prima richiesta è legata alla questione sanitaria, mentre la seconda è connessa ai fondi a disposizione dello Stato. Che al momento ammontano a 25 miliardi. E di questi ancora non tutti sono giunti a destinazione.

Altri Paesi hanno subito reagito ed hanno messo a disposizione denaro fresco in maniera significativa: gli USA hanno messo sul piatto della bilancia 2.300 miliardi di dollari, più la disponibilità illimitata della Banca Centrale Americana, la Fed, ad acquistare buoni del tesoro governativi. Il Giappone ha effettuato una manovra pari al 20% del suo Pil per proteggere l’occupazione e le attività commerciali. Il governo inglese ha immediatamente stanziato 50 miliardi di Sterline e la Banca di Inghilterra ha garantito la copertura del debito statale per consentire l’accesso immediato ai fondi.

Con la riunione del 23 ci si sarebbe aspettato qualche cosa di più concreto per le nostre attività produttive. Si sperava in erogazioni a fondo perduto che consentissero alle imprese di sopperire al non guadagno di questi mesi ed a quello che molto probabilmente continueranno a non avere nei prossimi. Come il settore del trasporto e turismo che, oltre a patire l’attuale fermo, ha delle prospettive per la prossima stagione estiva molto magre. Sul piatto ci sono 540 miliardi che dovrebbero essere sbloccati il primo giugno, ma è tutto da negoziare tra i 27 Paesi dell’area Euro. E poi c’è, come detto, il Fondo del rilancio europeo i cui tempi e quantitativi non sono certi. Ci si aspettava una “liberazione” dalla paura della chiusura permanente di tante nostre attività. Ci si aspettava un 25 aprile festoso o quanto meno carico di meno preoccupazioni. Ma per questo bisognerà ancora attendere.

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