STRATEGIE

Negli ospedali siamo come in guerra

Quesito: "Sei un anestesista e hai un solo ventilatore disponibile, ma si presentano due urgenze e devi decidere chi salvare..."

Quando si parla di Primo Soccorso in caso di eventi “catastrofici”, in cui il numero delle vittime superi di gran lunga quello dei mezzi di soccorso e di soccorritori, dobbiamo ricordare che esiste il triage, un sistema utilizzato per selezionare i soggetti coinvolti in infortuni secondo classi di urgenza ed emergenza crescenti. In base alla gravità delle lesioni riportate e del loro quadro clinico si stabilisce una scala di priorità di intervento. Triage è un termine francese che significa smistamento ed è stato adottato da tempo come metodo di lavoro in ogni Pronto Soccorso.

Lo ideò Jean Dominique Larrey, ufficiale medico al servizio di Napoleone Bonaparte, sempre pronto a valorizzare il genio dei suoi uomini. Quando nel 1792 la Francia entrò in guerra contro l’Austria, Larrey, appena laureato in medicina e chirurgia, entrò per la prima volta in contatto con la sanità del mondo militare. Rimase profondamente colpito dal divario esistente tra le necessità reali e l’organizzazione effettiva del sistema. Arrivavano nelle tende da campo di pronto intervento molti uomini gravemente feriti, quasi morti, ma lui si accorse che con un intervento più precoce si sarebbero forse potuti salvare. Altri non avevano in realtà che qualche lieve ferita. Tutti venivano caricati e trasportati dai soccorritori secondo la disposizione sul campo di battaglia e per vicinanza al punto da cui iniziavano i soccorsi. 

Avendo a disposizione un poderoso sistema di trasporto feriti, organizzato da Napoleone, già una novità per quei tempi, Larrey ebbe la possibilità di organizzare direttamente sul campo il primo sistema di triage. Un primo gruppo di esperti infermieri girava per il campo non facendo altro che assegnare dei colori con appositi cartellini vicino ad ogni ferito senza soccorrere nessuno. Poi arrivava un secondo gruppo: i feriti con codice bianco dovevano essere trattati sul posto ed, eventualmente, essere rispediti a combattere; quelli con codice verde potevano aspettare di essere soccorsi in un secondo momento; quelli con codice giallo necessitavano di prime cure sul campo; quelli con codice rosso dovevano immediatamente essere trasportati dai chirurghi delle seconde linee e, infine, con il fatale codice nero venivano lasciati sul campo con qualche cura ma senza trasporto né vero soccorso in quanto pazienti senza speranze di sopravvivere.

A quel tempo le ambulanze erano carrozze a cavallo e vennero specificamente progettate e dotate da Larrey di strumenti e materiali di primo soccorso. Aveva adottato una strategia di sgombero del campo di battaglia basata sull’urgenza dei trattamenti e sulla potenziale efficacia della cura. 

Oggi abbiamo eliminato il codice nero del grande Larrey, codice che nella sua classifica rappresentava quei pazienti che sarebbero morti comunque e quindi lasciati senza aiuto per riservare energia ad altri. Oggi si soccorre tutti, assimilando i codici neri a quelli rossi. Ma lo abbiamo veramente eliminato il codice nero?

In questi giorni è corsa la polemica di come ci fosse fra i medici un comportamento simile ai medici di guerra di un tempo: non usare un ventilatore per l’assistenza polmonare per un paziente malato di Covid19 con poche probabilità di sopravvivere a vantaggio di un altro paziente in piena battaglia per la vita.            

Ho ideato quindi questo semplice esperimento sociale. Ho postato su un social il seguente quesito:

“Sei un medico, e precisamente un anestesista rianimatore. Sei rimasto con un solo ventilatore disponibile. Ti si presentano con urgenza due pazienti con Covid19. Chi intubi per supportarlo nella respirazione?  a) donna di 30 anni b) uomo di 80 anni”. 

Non mi interessava il risultato numerico ma la reazione emotiva di questo dilemma. Esperimento riuscito. Molti si sono irritati dal dover porsi di fronte a questa scelta seppur virtuale di essere arbitro della vita e della morte di un essere umano ed altri senza rispondere mi hanno aggredito sull’inopportunità di una domanda così immorale. Già. Ma nella vita reale di un medico si può porre il problema di scegliere chi curare e chi no. La sigla n.c.r. non dovrebbe esistere: Non Candidabile alla Rianimazione. E’ troppo comodo ritrarsi da tale questione etica che per definizione è uguale per tutti al di là della professione per poi magari scandalizzarsi altrove. Il criterio basato sull’aspettativa di vita può apparire crudele e lo è, ma forse è l’unico in un contesto in cui il servizio sanitario è al collasso. Il diritto alla cura esiste ancora anche se minacciato da un sistema non in grado di farsi carico dell’ordinario e dello straordinario al tempo stesso.

In futuro una buona programmazione sanitaria con i giusti investimenti potrà evitare di far giungere le strutture ospedaliere al collasso e mantenere quella posizione di eccellenza della sanità italiana che da tempo detiene.

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