TECNOLOGIE & SALUTE

Diteci la verità! La “app” IMMUNI dialoga o no con un sistema centrale?

Ha ragione chi dice di non preoccuparsi oppure chi teme per la propria privacy?

La discussione si fa incandescente.
Ci sono soggetti pericolosi, alla cui ridda appartengo sicuramente io, che richiamano l’attenzione sui rischi connessi alla riservatezza dei dati che verranno raccolti dalla applicazione per il tracciamento.

C’è altra gente che addirittura si preoccupa del destino della democrazia, e non solo di quella digitale, potenzialmente insidiata da pedinamenti e schedature che potrebbero malauguratamente scappare di mano anche ai più scrupolosi gestori di archivi e database.

Uno dei dubbi, insopprimibile, è quello del “dove vanno a finire i nostri dati”.

I meno audaci temono che certe informazioni vadano a confluire in un grande sistema il cui patrimonio di conoscenze potrebbe essere malamente utilizzato da un dipendente infedele dell’entità incaricata del servizio, da un programmatore malandrino che ha lasciato una backdoor per entrare indisturbato dove non è ammesso alcun accesso, da un pirata informatico che va all’arrembaggio del server centrale.

Fortunatamente a dipanare ogni dubbio interviene Riccardo Luna, giornalista che milita nel gruppo di esperti nominato dal sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella, per monitorare e identificare le fake news relative all’emergenza Coronavirus.

Il membro della fondamentale task force (che mi scuso di non aver citato nella mia ricognizione esposta qui su Infosec) è stato il “Digital Champion”, nominato dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi con l’incarico di guidare le iniziative nazionali per “rendere ogni europeo digitale”. Proprio lui nel corso della puntata di “Mi manda Rai Tre” del 22 aprile ha rassicurato gli scalmanati che vedono minacciata la riservatezza dei propri dati personali.

L’applicazione Immuni – ha diligentemente spiegato Luna – sarà “anonima, non dovremo dare nessun dato al telefonino, ci sarà soltanto uno scambio di numeri tra i telefonini, numeri che poi cambiano ogni dieci minuti, quindi, da un certo punto di vista, sicurissima dal punto di vista della privacy, così almeno hanno certificato tutti”.

Non sappiamo chi abbia “certificato” alcunché, come e quando, ma non c’è motivo di non credere ad una simile asserzione di cotanto qualificato interlocutore.

La sua dichiarazione fortunatamente tranquillizza tutti, perché già girava voce che i telefoni comunicassero un codice univoco, vale a dire il proprio IMEI. Invece qui si parla di “numeri che poi cambiano ogni dieci minuti” (chissà in base a quale criterio, quando ci sarebbe motivo di disporre di una sequenza alfanumerica specificamente riferibile ad un solo soggetto, semmai composta dall’identificativo del telefono e dal gruppo data/orario).

Quindi chi temeva che l’IMEI del proprio smartphone potesse portare all’individuazione del possessore deve ringraziare Luna e stare attento a chi dice che l’IMEI è collegabile all’utenza telefonica adoperata su quel dispositivo (e quindi all’intestatario) e riconduce persino alla carta di credito o al bancomat dell’acquirente.

Che c’entra il pagamento? I soliti complottisti (eccomi tra loro) sanno che il codice IMEI comprende marca, modello, matricola dell’apparato. La fabbrica sa bene a quale negozio ha mandato quello specifico telefono e il punto vendita è in grado di ricondurre l’oggetto al pagamento avvenuto grazie alle dinamiche automatizzate di contabilizzazione e di magazzino.

Ma i complottisti come me dovrebbero essere coscienti che il pagamento potrebbe essere avvenuto per contanti. “E allora come la mettiamo, caro il mio cospiratore?” esclamerà qualcuno.

Verrebbe da dire che quell’IMEI è riportato sulla garanzia che è stata rispedita o consegnata al negoziante che in quella occasione ha comunque raccomandato di non perdere lo scontrino fiscale…

No, basta con le puerili e sterili polemiche con chi ha titoli e benemerenze governative.

Luna – come si può vedere nello spezzone della sua lunga chiacchierata – sottolinea che la app “comunica solo tra telefonini, non c’è un server centrale”.

Mi auguro che queste sue parole facciano breccia nel cuore e nelle menti dei barricadieri che ancora si mostrano perplessi.

Auspico ferventemente che anche il Commissario Straordinario Domenico Arcuri abbia modo di far tesoro di queste spiegazioni.

Eh già, perché anche Arcuri – proprio il giorno precedente – nella sua conferenza stampa ha detto cose che (almeno per i poco pratici di queste faccende tecniche come me) sembrerebbero non coincidenti con quanto asserito dal Digital Champion e Task Forcer.

Al minuto 13, 54 secondi e 7 decimi del video disponibile su Youtube il dottor Arcuri spiega pazientemente ai giornalisti presenti nella sala conferenze della Protezione Civile come funziona Immuni.

A cosa serve questa app e dove comincia e dove finisce il contact tracing? Il contact tracing assume una valenza fondamentale per accompagnare l’alleggerimento delle misure di contenimento SE E SOLO SE si connette al Sistema Sanitario Nazionale”.

Ma come si permette il dottor Arcuri di contraddire il Digital Champion? Sarei portato a giustificarlo perché anch’io sono dello stesso avviso, ma tutti e due non avevamo ancora sentito le delucidazioni di mercoledì mattina nel programma condotto da Salvo Sottile.

Più o meno al minuto 15 e 04 del suo intervento, Arcuri torna a ribadire “sarà necessario nei tempi più ristretti e nelle forme più possibili che questa applicazione si possa connettere al Sistema Sanitario Nazionale”.

E daje, come direbbero a Roma, allora insiste…

Ho timore che il Commissario abbia ragione, ma non vorrei passare per un adulatore.

Se tutti gli smartphone non comunicano ad un server centrale i dati che hanno acquisito grazie al bluetooth, non sarà umanamente possibile allertare nessuno. E per allertare qualcuno del rischio di infezione sarà necessario che tutti abbiano abbinato il loro IMEI ad un nome, cognome, indirizzo, numero di telefono….

Sennò cosa si fa? Si chiede al costruttore degli smartphone a quale negozio aveva affidato in vendita un apparato con quel numero, poi si domanda al venditore se ha traccia del pagamento? Oppure si interrogano i gestori dei servizi di telefonia mobile di svelare quell’IMEI a quale scheda SIM e quindi a quale utente era abbinato?

E allora l’anonimato che fine ha fatto?

Il Principe De Curtis forse non ha conosciuto il Digital Champion, ma se da lassù avesse modo oggi di sentire certi discorsi si lascerebbe scappare il fatidico “Ma mi faccia il piacere…”

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