ENERGIA

I dati inutilizzati possono inquinare come le automobili

Il report della Veritas Technologies rivela che i dati inutilmente conservati nei datacenter hanno un forte impatto sull’inquinamento atmosferico

Applicazioni come Facebook, YouTube, Instagram e finanche le e-mail non richiedono di indicare un dispositivo sul quale memorizzare i dati, bensì sono loro a conservali e a renderli disponibili ogni volta che vogliamo sul nostro pc, sul nostro tablet o sul nostro smartphone. 

Moltissimi dei dati che riversiamo in rete non avrebbero alcun bisogno di essere mantenuti per anni e anni, tuttavia la necessità di mantenere le nostre foto, i nostri video e i nostri post sempre fruibili si traduce nell’obbligo da parte delle aziende che li gestiscono di tenere sempre in funzione le macchine che li ospitano. 

Proprio come i nostri computer, i server dei datacenter quando sono accesi consumano energia elettrica anche senza fare (apparentemente) alcuna operazione. Il consumo di energia elettrica senza alcun fine, oltre che moralmente deprecabile nei confronti dei paesi che non vi hanno accesso, pone seri problemi in termini di inquinamento. L’azienda californiana Veritas Technologies ha emesso un report nel quale prevede che nel 2020 ben 6.4 milioni di tonnellate di CO2 saranno rilasciate in atmosfera a causa dei dati che giacciono inutilizzati nei datacenter, i cosiddetti dark data.

Per comprendere la gravità del fenomeno lo studio equipara questa quantità di diossido di carbonio a quella che emetterebbe in atmosfera un’automobile che si trovasse a compiere 575mila volte il giro della Terra, ovvero percorrendo ogni volta circa 40mila Km. Per assorbirla sarebbero necessari circa 3milioni di ettari di foresta, ovvero uno spazio grande quanto il Belgio.

Ad oggi si stima che circa il 52% dei dati conservati dalle aziende di tutto il mondo possa essere catalogato come dark. Il problema è ben lungi dall’essere risolto, infatti la sempre più massiccia diffusione di dispositivi intelligenti e di macchine capaci di apprendere aggraverà la situazione, andando a incrementare significativamente la mole di dati da gestire. L’International Data Corporation prevede che nel 2025 i dati conservati nei dispositivi di tutto il mondo passerà a 175 zettabyte con un incremento del +430% rispetto al 2018, di questi circa 91 zettabyte saranno dark data. 

Gli strumenti digitali che utilizziamo tutti i giorni hanno dunque un forte impatto in termini di emissioni di gas serra. Accanto alle raccomandazioni che i nostri insegnanti e i nostri genitori sin da piccoli ci hanno fatto per evitare di sprecare l’acqua e di tener accese inutilmente le lampadine, anche la gestione dei nostri dati deve entrare nell’alveo delle questioni che meritano attenzione per la salvaguardia dell’ambiente. 

Secondo Anders Andrae, che dal 2008 lavora con Huawei in Svezia come esperto in efficientamento energetico e riduzione delle emissioni, l’intero settore mondiale dell’ICT potrebbe consumare nel 2025 da solo il 20% dell’energia elettrica su scala globale, generando il 5,5% delle emissioni nocive di diossido di carbonio. Assumere un atteggiamento di indifferenza nei confronti di questo fenomeno porterà probabilmente gli Stati ad imporre delle restrizioni significative nei confronti dei datacenter col risultato che le aziende, le quali fino ad oggi hanno fatto sempre di tutto per mantenere anche il più inutile dei nostri dati, saranno costrette a chiederci di fare pulizia. 

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