SPECIALE CORONAVIRUS

Ucronia

Cronache di un contagio annunciato dal paese dei Vitalioti

Il 5 maggio 2020, sotto la crescente pressione di Assoproduttori del paese di Vitellia, le regioni di Nebbilandia, Ombrina ed Arbitralia riaprirono fabbriche, uffici pubblici ed attività commerciali. La riapertura era stata caldeggiata per settimane dai soliti servi sciocchi, dalle solite mezze figure da talk show, dai soliti opinionisti a servizio a ore. Per primo era venuto il Pinocchio di Caspirata, dimenticato dai più, pronto a giocarsi sulla ruota della fortuna la sua residua credibilità. Poi era venuto il Camaleonte Felpato, che dopo aver cambiato idea quarantanove volte sull’argomento, si fissò sulla riapertura. E infine si erano mobilitati personaggi più o meno improbabili, che armati di piffero cominciarono a suonare la litania dell’orgoglio produttivo intitolata #riaprimilopificio.

La conferenza stampa quotidiana, che nel primo mese ed oltre di epidemia aveva tenuti aggiornati i Vitalioti sulla situazione, sul numero di contagi, di morti, sull’estensione del disastro, e sull’altezza delle fiamme virali che avvolgevano la Pianura Vitellia, era stata abolita. Per rialzare l’umore dei Vitalioti, si era detto. Per aprire l’animo alla positività, si era detto. In realtà, era una decisione fredda e consapevole: bisognava abbassare la temperatura dei cittadini, perché al segnale preordinato tornassero al lavoro senza protestare.

Più a sud, gli abitanti della Maronia guardavano con sospetto quello che succedeva. Certo, anche loro volevano uscire di casa, tanto più che le giornate si allungavano, il sole splendeva ed in loro cantava la consueta voglia di vivere. Però i Maronidi erano buoni, ma non fessi. Per la loro disciplina sociale, la decisione dei loro governanti e la bravura dei loro medici avevano fino a quel momento scansato la parte peggiore del monarcovirus che appestava il mondo intero, e non avevano intenzione di correre rischi.

Il più sospettoso di tutti era lo Sceriffo, il governatore della regione di Arcadia, che aveva detto subito chiaro e tondo come la pensava. Lui alle litanie orgoglione non aveva mai creduto, ed era andato subito in diretta su Faccialibro ad avvertire: se altri avessero aperto irresponsabilmente, lui avrebbe chiuso i confini di Arcadia. Se anche in presenza di cinquecento morti e mille contagiati in più al giorno in Nebbilandia, Ombrina ed Arbitralia si voleva aprire, che facessero pure. Che però si scordassero di venire in Arcadia fino a quando il monarcovirus non fosse stato sconfitto.

La mattina della riapertura delle fabbriche in Pianura Vitellia, i lavoratori si guardavano intorno. Le strade erano di nuovo piene dopo più di un mese, i bar erano aperti, il profumo dei cappuccini viaggiava sulla brezza primaverile. I primi coraggiosi andarono a sorbirsi il primo caffècaldomacchiatofreddoinmonousotiepido della nuova vita. Non furono tantissimi. I più si diressero al lavoro con la mascherina sulla faccia, le labbra strette e gli occhi speranzosi.

Per le prime due settimane non successe niente di insolito. In quattordici giorni, morirono le previste settemila persone, e altre quattordicimila si contagiarono. Ma la televisione non ne dette notizia, e si andò avanti. Anzi, tutto il circo mediatico insolentiva lo Sceriffo e i Maronidi, che se ne stavano ben chiusi nelle loro case, e spiavano il sole sfolgorante sulla loro terra attraverso le gelosie delle finestre. Esageravano, dicevano. Erano arretrati, dicevano. Erano i soliti scansafatiche che con la scusa del monarcovirus poltrivano come al solito, dicevano. I soliti Maronidi.

E poi, venne il venti di maggio.

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