RISORSE UMANE

Concorsi scuola e l’arrocco del Re con la Torre

Per evitare che l’anno scolastico ricominci con un corpo docente precario, andrebbero valutate alcune soluzioni a portata di mano

Uno dei temi importanti che toccano il nostro Paese oggi sta nell’esigenza di dare continuità agli studenti delle scuole primarie e secondarie, al riavvio delle attività didattiche per il nuovo anno scolastico, il prossimo settembre, dopo la sospensione delle attività didattiche dovuta all’emergenza sanitaria. I temi da affrontare sono due: il primo, del quale non ci occuperemo in questo contesto, è quello logistico-organizzativo, ossia, in che termini consentire ai discenti di iniziare l’anno scolastico nel rispetto di tutte le norme di sicurezza e con la garanzia di un distanziamento tale da evitare rischi per la salute; il secondo tema riguarda la carenza numerica del corpo docente strutturato, che, per una serie di motivi inclusi i prepensionamenti per quota 100, soffriranno un ammanco di circa 200.000 unità.

È innegabile che l’attuale esecutivo ha predisposto e strutturato diversi concorsi pubblici, ad oggi ne è stato bandito soltanto uno, al fine di avviare una campagna di reclutamento a tempo indeterminato di 60.000 docenti tra i quali i precari da stabilizzare e le nuove leve. È anche evidente che, nel nostro Paese, in virtù dell’art. 35 D.lgs. 165/2001, non si può accedere in servizio permanente o a tempo indeterminato nella Pubblica Amministrazione, se non tramite un concorso pubblico, come tra l’altro disciplinato dalla circolare del Dip. Funzione Pubblica n. 5/2013.

Detto ciò, metaforicamente, la disciplina suggerisce i movimenti laterali del Re sulla scacchiera, ma non impone un metodo di selezione concorsuale perentorio che è rinviato al buon senso delle singole Amministrazioni. Normalmente nel nostro ordinamento le selezioni concorsuali sono espletate per titoli o alternativamente per titoli ed esami. Nel particolare contesto emergenziale, i bandi che devono essere pubblicati entro il 30 aprile di quest’anno trovano un non semplice ostacolo nella difficoltà di consentire ai concorrenti di svolgere le prove selettive in sicurezza.  Entrando nel merito, dopo questa breve premessa, ricordo a me stesso che qualche decennio addietro, gran parte degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, per essere strutturati a tempo indeterminato, semmai abbiano partecipato ad un concorso pubblico, detenevano un titolo di studio della durata di quattro anni denominato “Diploma Magistrale” che, se non in virtù dell’integrazione di un anno per il completamento del quinquennio, non dava neanche la possibilità di accedere all’offerta formativa nei corsi universitari.

Il ragionamento che segue è rispettoso del ruolo di tali tipologie di insegnanti e non vuole ledere l’immagine della fattispecie richiamata, bensì è utile per offrire delle indicazioni al Re che dovrebbe trarre benefici dalla mossa strategica dell’arrocco, ma le evidenze ne dimostrano un potenziale effetto contrario. In breve, quali suggerimenti potenzialmente risolutivi si possono offrire, in primo luogo, visto che la norma lo consente, avviare procedure selettive esclusivamente per titoli; in secondo luogo, come si fa nelle realtà evolute, riconoscere i titoli e le professionalità attribuendone il giusto peso e non discriminando, ad esempio, l’esperienza didattica svolta presso le scuole primarie e secondarie rispetto a quella accademica.

Per evitare che l’inizio dell’anno scolastico sia sorretto da un corpo docente totalmente precario, se il Re volesse recepire, le soluzioni sarebbero a portata di mano e molteplici quand’anche un iter amministrativo è indispensabile per rimodulare l’obiettivo. 

Dato che l’art. 35 del D.lgs. 165/2001 parla di “economicità” delle procedure selettive, in questo scenario emergenziale infausto, vi è un’opportunità con la possibilità di dare spazio al cambiamento e risparmiare risorse svolgendo in sicurezza (sanitaria) i concorsi. Ad esempio, avviando selezioni pubbliche provinciali abilitanti esclusivamente per titoli, già proposte dal Ministro dell’Istruzione in altri termini, rivolte ad insegnanti laureati già abilitati, ad insegnanti precari laureati con almeno tre anni di esperienza (riconoscendo anche l’esperienza didattica svolta presso università), ai dottori di ricerca, spesso discriminati, ma in possesso di un titolo di studio accademico indispensabile per accedere alla carriera universitaria (art. 24 comma 1 lett. b) Legge 240/2010) e che spesso hanno maturato esperienza pluriennale nella didattica e nella ricerca, a tutti i soggetti già abilitati all’insegnamento universitario nella I^ e II^ fascia (ASN art. 16 Legge 240/2010).

Per dare un idea concreta possiamo asserire che le figure proposte hanno studiato almeno quattro anni in più rispetto ai “Diplomati Magistrali”, ai quali nulla si vuole togliere data la storica normativa che ha concesso loro questa opportunità. A voler aggiungere titoli, come sovente si erige una barriera in ingresso alle professioni, i profili possono essere integrati dal possesso dei 24 CFU di cui al D.M. 616/2017 o alternativamente da un Master per la “didattica”, quindi, date le molteplici soluzioni a cosa servirebbe oggi un concorso che vede centinaia di migliaia di partecipanti se non un costo per la collettività e un rischio per la salute Pubblica.

In merito, alle graduatorie Provinciali si ritengono indispensabili sia per un fattore organizzativo e di fabbisogno locale, sia perché non si può imporre ad un docente che percepisce un reddito netto mensile leggermente al di sopra delle soglia della povertà, ad inizio carriera, al quale tra l’altro non viene riconosciuta la carriera pregressa precaria, talvolta anche decennale o ventennale, costretto a spostarsi a centinaia di chilometri pur di non perdere l’opportunità. La possibilità di selezionare il territorio ove concorrere, rientrante in quello che gli studiosi definiscono “benessere organizzativo”, sortirebbe una scelta autonoma e facoltativa da parte dei singoli interessati in esito ai posti resi disponibili in ogni Provincia e l’insegnate potrebbe scegliere autonomamente se partecipare in un certo contesto territoriale anziché un altro evitando l’imposizione dei concorsoni nazionali che pur consentendo di selezionare il territorio per il quale si partecipa vincolano il docente nella fase di assegnazione. 

In esito alla formazione professionale e alle condizioni reddituali è indispensabile proporre un appunto che vale per tutte le professioni, ma si ritiene di richiamarne soltanto due categorie. I docenti della scuola come gli infermieri non sono eroi come qualcuno vuole far credere in un momento di disagio. In realtà, sono Professionisti che nella stragrande maggioranza credono nella “missione” che compiono, pur percependo stipendi miserevoli, in particolare ad inizio carriera (1.400 euro circa), ma non lamentano nell’esercizio delle loro funzioni quotidiane tale grave carenza che si attesta al di sotto di almeno il 40% rispetto ai colleghi Europei. 

Le discipline organizzative di queste due categorie obbligano tali soggetti a svolgere una formazione continua obbligatoria (ECM per gli Infermieri, Formazione Continua per i Docenti), ad avviso di chi scrive, pressoché superflua. Fortunatamente per la collettività queste figure sentono l’esigenza di arricchirsi culturalmente studiando autonomamente ad altri livelli, di altissimo profilo talvolta, presso strutture formative e universitarie pubbliche e private, pagando cospicue rette (riconosciute agli insegnanti da pochi anni con un Bonus Docenti di circa 500 euro).

Infine, considerando che non si riescono a dare risposte premianti concrete a tutti i dipendenti della PA, per i motivi economico-finanziari che tutti conosciamo, perché non dare un’opportunità concedendo, in deroga all’art. 53 D.lgs. 165/2001, di svolgere attività extra-professionale senza la previa autorizzazione verso privati, ad esempio, con il limite di 150 ore annue per un reddito massimo di 15.000 euro, che genererebbe a regime, in relazione ai circa 3,5 mln di dipendenti pubblici ed in considerazione di un ipotesi di adesione del 20%, un volume produttivo annuo di circa 10 mld di euro annui, dai quali tra l’altro, lo Stato ne gioverebbe in tassazione (attualmente svolgono attività extra-professionale autorizzata 200 mila dipendenti pubblici per una volume di circa 250 mln di euro con il limite che gran parte sono attività svolte verso altre PA, pertanto non generano nuovi introiti per lo Stato).

Con tutto il rispetto del caso per le categorie richiamate, e prendendo spunto dalle recenti indicazioni derivanti dalle varie categorie rappresentanti tutti i professionisti e non soltanto quelli richiamati, si intravede l’opportunità mediante tutti suggerimenti che ne possono divenire, anche non citati, di chiedere al “Re” con la strategia dell’arrocco se non sia il caso di andare a dama sovvertendo il messaggio che passa in Italia, dalla Costituzione della Repubblica ad oggi, ossia, che è più proficuo accedere alla carriera di Usciere di Palazzo (assunto con licenza media) anziché svolgere una professione caratterizzante passando dalle forche caudine degli studi universitari, abilitazioni professionali, ed altri cavilli ai quali sono soggetti una moltitudine di lavoratori, senza voler considerare gli aspetti connessi alla responsabilità professionale, ai rischi che ne derivano (giudiziari, per la salute, ecc.), nonché, le soventi aggressioni che talune categorie talvolta subiscono.

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