RISERVATEZZA DEI DATI

Google e Apple uniti contro il Covid-19. Ma con quali rischi per la privacy?

I due giganti della Silicon Valley scendono in campo per tracciare il contagio del coronavirus via bluetooth

Sundar Pichai, Ceo di Google, e Tim Cook, suo omologo in Apple, hanno scelto di unire i loro sforzi per aiutare i governi, attraverso un progetto di tracciamento via bluetooth del contagio, nella lotta contro il coronavirus.

Nel comunicato congiunto che hanno rilasciato il 10 aprile scorso, si parla di un rilascio a maggio di API che consentono l’interoperabilità tra dispositivi Android e iOS, utilizzando le app che verranno selezionate dalle varie autorità sanitarie pubbliche, per permettere il contact tracing. Queste app ufficiali saranno disponibili per essere scaricate dagli utenti tramite i rispettivi app store e play store.

Successivamente, nei prossimi mesi, i due colossi lavoreranno per realizzare una più ampia piattaforma di tracciamento dei contatti basata su Bluetooth. Il tutto, si legge, nel pieno rispetto dei diritti alla privacy e alla trasparenza nonché del consenso degli utenti.

È così che pochi giorni dopo il gigante di Cupertino ha cominciato a pubblicare su una pagina del suo sito una serie di Rapporti sulle tendenze della mobilità, prendendo in considerazione gli spostamenti che avvengono a piedi, alla guida o con i mezzi pubblici.
Si tratta di una serie di dati anonimi e aggregati, aggiornati quotidianamente, che descrivono come le persone si sono spostate in tutto il mondo nei tre mesi dal 13 gennaio al 13 aprile, visualizzabili anche secondo lo stato, la regione o la città che si intende singolarmente analizzare.

Apple dichiara che tutti i dati presi in considerazione sono generati dalle richieste che sui singoli dispositivi vengono effettuate all’interno dell’applicazione “mappe” e che sono associati a identificatori casuali e rotanti, così da permettere un’anonimizzazione degli stessi, non associando in alcun modo i dati personali dei singoli Apple ID, né tantomeno realizzando una cronologia di dove ciascuno sia stato.
La società ritiene che in questo modo si potranno aiutare i governi ad analizzare i comportamenti tenuti dai loro cittadini in questi tempi di quarantena e auto-isolamento. Ovviamente tende a precisare che questa messa a disposizione dei dati terminerà non appena l’emergenza sarà finita e la crisi superata.

Indirettamente il sito mostra ciò di cui Apple è capace, così come presumibilmente anche Google, Microsoft, Waze, Mapquest e altri fornitori di servizi cloud possono fare.

Sebbene l’applicazione Mappe di iOS non sia certamente tra le più utilizzate al mondo, e alle volte abbia dato vita a situazioni paradossali e pericolose, il fatto che sia fornita di default su tutti i dispositivi Apple deve far riflettere su quanti dati vengono raccolti su ciascuno di noi senza che ce ne rendiamo conto.

Già un paio di anni fa, poco tempo dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Zack Whittaker, un giornalista con l’hobby della tecnologia e delle tematiche attinenti la privacy, chiese ad Apple di fornirgli tutti i dati che nel tempo aveva raccolto su di lui, secondo quanto previsto anche dal GDPR. A dispetto dell’esiguità del file ricevuto, circa 5MB in un file excel, si rese conto che in realtà era un patrimonio di dati impensabile: in così poco spazio erano racchiusi 8 anni di logs di iCloud, Mail, facetime, iMessage, iTunes, Game Centre, gli acquisti, i contatti con l’assistenza… Se si pensa che Apple sia principalmente un produttore di hardware e che non sia basato sulla pubblicità, come Facebook e Google, che usano i dati degli utenti per effettuare campagne pubblicitarie mirate, si capisce come questo sia solo una goccia nell’oceano rispetto a ciò che i social network o i motori di ricerca hanno su ciascuno di noi.

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