UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Parlano tutti di guerra. Vi racconto io “il fronte” del coronavirus…

E’ accorato il messaggio in bottiglia che arriva dal dottor Salvatore Vitiello, specializzato sia in cardiologia sia in medicina legale, con esperienze di docenza universitaria alla “Federico II” di Napoli e di consulenza tecnica in rilevanti procedimenti giudiziari in tema di responsabilità professionale medica. Il suo toccare il cuore stavolta non è fatto con lo stetoscopio o con il bisturi, ma con parole che non sono solo parole.

La prima linea non passa per le mani dei medici, né nei laboratori dove si interrogano tamponi o gocce di sangue. Non sta nell’abnegazione degli infermieri che prolungano il loro turno di lavoro in rianimazione, fino a crollare esausti sul primo ripiano orizzontale dove si possa poggiare la testa. Non corre nei calici dei sacerdoti che ancora portano a casa degli infermi la Comunione. E non è nemmeno presidiata dalle forze dell’ordine che, vivendo ormai per strada, frenano gli impazienti ed i disperati.

Il fronte è più avanti, oltre l’impegno di quelli che per dovere o per scelta, lottano.

Si attesta sulle mucose riarse di chi è intubato ed ogni tanto riemerge dal limbo in cui è piombato, sperando, forse per solo istinto, di restare vivo.

Sta negli occhi terrorizzati di chi è vigile, nei reparti di terapia intensiva, e vede morire i suoi sconosciuti compagni.

Resta nel dolore di chi ha visto andar via in ambulanza il compagno di una vita ed intuisce per caso, da un cellulare senza più squilli, che nessuno tornerà più indietro.

Si annida in case da cui non si può uscire e dove regna solo l’attesa.

Si raccoglie nella voce impaurita di chi è in isolamento ed attende, di ora in ora, risposte che mutino il proprio destino.

Ripiega nelle lacrime di chi conosce finalmente l’esito favorevole di un’indagine e ringrazia il proprio sconosciuto interlocutore, come se fosse lui l’artefice della salvezza.

Si accumula nel dolore di quelli cui resta solo la speranza

L’altrove è solo retrovia.

In ospedale, nelle chiese vuote, negli spacci di generi di prima necessità ci si impegna soltanto per fornire a chi davvero combatte, energie, competenze, terapie di incerto esito ed amore, se possibile.

Dalla retroguardia in cui sono, passa un esile fiume di informazioni ed armato di penna e telefono chiamo ogni giorno il fronte per sapere come va, se la trincea resiste, se il nemico perde finalmente energie, se il corpo reagisce. 

E da qui ho ricevuto risposte che resteranno nel mio incerto ed ormai breve “per sempre”.

“Mamma è il nonno!” ha gridato al telefono una bimbetta di pochi anni che per caso si trovava prima d’altri nei pressi della cornetta, illudendo una figlia che invece aveva notizie, purtroppo vere, che rendevano impossibile la chiamata del padre.    

“Ho troppo male, dottore”, mi ha detto un’infermiera dell’età di mia figlia, contagiatasi sull’ambulanza in cui prestava servizio, senza stabilità. “Provo a prendermi una vena da sola, per un analgesico, tanto qui non verrà mai nessuno ad aiutarmi”.

“Lei mi chiama ogni giorno”, ancora l’infermiera, adottata quasi come figlia proprio per l’anno di nascita, “ma la collega che era con me quel giorno, non ha ancora fatto il tampone. Abita in un altro comune, non può fare qualcosa per darle una mano?”

Con un altro, meno giovane e con il padre in ospedale ci siamo promessi uno scambio di libri che parlino dello stesso argomento che ci appassiona ed un caffè, non appena tutto sarà finito, senza che abbia importanza il quando.

Ho provato a sedare piccoli scoppi di rabbia in chi si sentiva abbandonato ed assistere, senza alcun merito, al loro tramutarsi in speranza quando le attese sono terminate.

Ho dovuto giustificare ritardi, provando ad immaginare le difficoltà cui andava incontro chi doveva districarsi tra migliaia di richieste, lungo paesi e strade sconosciute e sottoporsi, ogni volta, al complicato cambio di protezione, prima di accedere in una nuova casa.

Ho chiamato ogni giorno la vedova del “mio” paziente che non ce l’ha fatta. Coetanea di mia madre, mi sono permesso, ogni volta, di salutarla con un abbraccio, non prima di aver annotato che, almeno per lei, non c’erano né febbre né tosse.

Con qualcuno di ritorno da un lavoro all’estero e solo in isolamento precauzionale, ho anche provato a scherzare, rivivendo i giorni di quarantena di mio figlio, usurpatore per quindici giorni del mio letto e del mio bagno.

Ho ascoltato storie di solitudine e di isolamento, vissuto da anni ogni giorno.

Ho sorriso alle lacrime, non potendo asciugarle, di una storia d’amore vissuta da tempo in una stanza sola, con il contagio che aveva ghermito lui, mentre lei ha dovuto attendere più di una settimana per sapere che si può disattendere anche il divieto di entrare e restare immuni.

Ho fatto la conta di chi non è riuscito a tornare a casa, trovando nella lista nomi conosciuti da sempre e quello di una deliziosa signora che non più tardi di due mesi orsono mi aveva offerto un cantuccino fatto in casa, degno di essere gustato in Toscana.

Ho atteso i risultati dei test che provenivano dai vari ospedali già con il telefono in mano per comunicare, ancor prima di respirare, gli esiti favorevoli, attendendo invece qualche minuto per chiamare quelli risultati positivi al tampone, nell’illusione che qualcosa potesse mutare nell’inutile attesa.

Ho seguito, tramite il figlio, il calvario di un collega passato, lui si davvero, in prima linea. Lontano da casa, intubato, in lotta. Amico da cinquant’anni senza che il ragazzo al telefono lo sapesse. Mi è sembrato piangesse quando gli ho snocciolato l’albero genealogico fino a tre generazioni prima della sua, tacendogli però delle innocenti scorribande isolane, quelle di quando insieme si andava a lavorare a Capri. 

Ho provato a contattare, qualche volta, i reparti di terapia intensiva e le rianimazioni, sollecitato dai familiari senza notizie, o non in grado di comprendere ciò che gli veniva detto dai sanitari di guardia. Ed ho trovato, sempre, la massima disponibilità di medici ed infermieri. Qualcuno mi ha lasciato al telefono per andare a controllare immediatamente come stesse il paziente e mi è capitato di ascoltare, una volta: “chiamano da casa, cosa volete che gli dica?” ed essere, elevato con orgoglio, nonostante l’asettica qualifica professionale appena dichiarata, da medico a parente e convivente.

Ho accompagnato, nello stesso giorno, l’ultimo viaggio dei genitori di tre amici diversi ed ho salito scale da cui ero disceso, la volta precedente, con solo qualche accenno di barba ed i capelli ancora tutti neri.      

Ho pianto ed ho riso, come capita a tutti anche in questi giorni sospesi, ma ho scoperto la forza delle parole, anche quelle che appena un mese fa potevano sembrarmi superflue ed inutili.

Ho ritrovato i miei compagni di liceo, ogni sera, in una conversazione che ha oscillato dalla più goliardica banalità, all’impegno di aiutare chi dei nostri è in difficoltà, traendone forza per continuare a parlare in altri telefoni, ricordando i tempi in cui, per motivi mai dimenticati e solo nostri, ci toccava il non poter uscire mai.

Dalle retrovie può giungere di tutto in una prima linea frastagliata che serpeggia sinuosa tra case ed ospedali.

E una telefonata, anche se il periodo di osservazione “ufficiale” è concluso da giorni per alcuni pazienti, serve come un sorso d’acqua o un’ora di sonno sereno per chi combatte e chi ha appena smesso per qualche attimo.

Non ho più l’età per crescere, ma per imparare da questa prima linea, si. Non potrò mai ringraziare abbastanza tutti quelli che mi hanno aiutato a tenere duro insieme a loro, a casa, al lavoro, al telefono.

Ad Antonio Buonomo che non ce l’ha fatta.

Continuerai ad essere il signore che ho conosciuto, senza aver perso nessuna battaglia con la dignità, amico mio.

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