RETI & SISTEMI

5Gatta ci COVID… i cospiratori non vanno in vacanza

Antenne e impianti dati alle fiamme: i commandos di chi attribuisce il coronavirus al 5G mettono in difficoltà da rete mobile a Liverpool, Belfast e Birmingham

487 gruppi su Facebook, 84 profili Instagram e 52 account su Twitter: è questo lo spiegamento di forze dell’esercito dei cospiratori sul 5G, cui si aggiungono iniziative non coordinate che disseminano post e video in ogni angolo del web.

Non parliamo di una “guerra santa” contro l’ultima generazione di sistemi di comunicazione, conflitto che potrebbe aver ragion d’essere se solo si incentrasse su una potenziale “non utilità” (parlare di “inutilità sembrerebbe offensivo) di qualcosa di cui potremmo fare a meno. Le priorità (e ce ne stiamo accorgendo ora che siamo costretti a casa) sono infatti ben altre, a cominciare dalla copertura e dalla capienza della rete mobile. Se ci pensiamo bene possiamo stare anche senza velocità e performance stellari, possiamo vedere i film pure non ad alta risoluzione e magari ci divertiamo di più a guidare da soli la nostra automobile oppure a parlare con un taxista in carne ed ossa…

La crociata dei cospiratori non poggia certo sul buon senso, ma sventola le inquietanti bandiere – seconde solo a quelle nere dell’ISIS – che portano ad abbinare la pandemia di coronavirus alle antenne e agli impianti del 5G.

Il reclutamento di nuovi adepti procede a gonfie vele perché si fa presto a collezionare consensi tra chi è in difficoltà per il distanziamento sociale e, se solo a casa, per un isolamento certo non sormontabile con qualche videochiamata.

Chi non si arrende alle spiegazioni scientifiche ed immagina retroscena fatti di intrighi interplanetari, gioisce dinanzi ad una tesi bizzarra e accattivante e rientra in quell’oltre mezzo milione di soggetti che si aggiungono ogni quindici giorni alle comunità di Facebook in cui convergono gli accalappiati. Su Istagram il tasso di crescita non è da meno e una rete di una quarantina di account ha pressoché raddoppiato il numero dei propri follower arrivando a totalizzarne quasi 59 mila in un meno di un mese.

Bisogna tenere conto che i dieci video sulla cospirazione 5G/Coronavirus pubblicati su Youtube nel solo mese di marzo (prima che scattasse l’operazione strutturata di rimozione) hanno totalizzato oltre 5 milioni e 800mila visualizzazioni. Sotto il profilo geografico si assiste ad una disseminazione di “adepti” in oltre 30 Paesi. La situazione, è evidente, non tranquillizza.

La campagna di disinformazione ha trovato anche testimonial d’eccezione, risucchiati nel vortice di notizie e ricerche costruite in modo meticoloso per attribuire credibilità alla tesi. Tra questi ci sono persino gli attori Woody Harrelson (Proposta indecente, Radio America, Non è un paese per vecchi, Oltre le regole e un’altra settantina di film) e John Cusack (che abbiamo visto tra l’altro in Pallottole su Broadway, The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca, Cell, Blood Money….).

Marc Owen Jones, ricercatore della Hamad bin Khalifa University in Qatar, specializzato in reti di propaganda mirata a deviare l’opinione pubblica con fake news, ha recentemente analizzato 22mila interazioni su Twitter con l’abbinamento dei termini “5G” e “corona”. Il suo approfondimento ha consentito di riconoscere un’attività “non naturale” degli account, palesemente costruiti per lo specifico scopo, e di supporre che simili iniziative siano opera di organizzazioni complesse o addirittura possano essere “sponsorizzate” da qualche Stato.

A Belfast, Liverpool e Birmingham sono stati dati alle fiamme decine di impianti trasmissivi di telefonia mobile. Agli attivisti è bastato vedere antenne di “ripetitori” del segnale radiomobile per appiccare il fuoco, senza nemmeno avere contezza di quel che stavano combinando. Il danneggiamento ha così riguardato “stazioni base” 4G e addirittura 3G, non salvando nessuno dal coronavirus come i vandali immaginavano ma recando seri disagi a chi in questo periodo aveva necessità di servirsi del telefonino per comunicare con parenti, amici o il proprio medico.

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