SPECIALE CORONAVIRUS

La vera malattia del mondo

Quella che sotto molti aspetti è una tragedia di dimensioni planetarie, lo è in realtà solo per la razza umana

Chi in questi giorni consulti la splendida mappa costruita quotidianamente dalla Johns Hopkins University sulla base dei dati di espansione a livello globale della pandemia di COVID-19, trova un quadro che è ancora molto lontano dal poter essere considerato rassicurante. A oltre tre mesi dall’inizio dell’attuale situazione, il numero di casi rilevati a livello mondiale si avvia ormai a raggiungere il milione di contagiati, mentre il numero dei decessi oltrepassa i 43.000.

In Italia negli ultimi giorni alcune prese di posizione governative sull’evoluzione della patologia sul territorio nazionale hanno lasciato più di qualcuno supporre che ci possano essere elementi per un cauto ottimismo. Dai dati rilevati sembra infatti che la curva di contagio e soprattutto quella dei ricoverati in terapia intensiva e dei decessi stia raggiungendo quella fase di flesso che prelude ad una diminuzione della pericolosità sociale del virus.

Non sappiamo quanto influenzato anche dal desiderio di riaprire al più presto le attività economiche, questo dato rimane tuttavia un ingenuo modo di considerare le cose se preso a sé stante. In un mondo globalizzato dai trasporti, la diminuzione della curva in un determinato paese non significa necessariamente che il mondo si stia avviando verso la risoluzione del problema, né che quello stesso paese posso ritornare serenamente alla vita di prima. L’interdipendenza con altri paesi costruita dal sistema di comunicazione globale fa in modo che l’emergenza possa non considerarsi come risolta fino a quando un numero significativo di nazioni non seguiranno la stessa dinamica che l’Italia sta conoscendo in questi giorni. È intuitivo per chiunque che ottenere una diminuzione del contagio sul nostro territorio non ci consente comunque una ripresa degli scambi con quei paesi, e sono la maggioranza, che sono ancora nella fase di crescita dell’epidemia. Il rischio, infatti, è quello di ritrovarsi con un nuovo picco dei casi provenienti dall’estero, i quali re-infetterebbero anche i nostri territori.

Se la razza umana è al momento ancora lontana da poter riacquistare la propria libertà di movimento, va tuttavia considerato molto attentamente quello che sta succedendo al mondo naturale. Già nelle fasi precoci dell’epidemia, era diventato subito evidente come, similmente a quanto era avvenuto sul territorio cinese, il lockdown delle attività e la riduzione quasi a zero degli spostamenti con autoveicoli avesse rapidamente generato un marcato miglioramento della qualità dell’aria su tutto il nord Italia, ed in particolare la diminuzione del biossido di azoto, che costituisce in condizioni di normalità uno dei più pericolosi gas inquinanti. Questa semplice osservazione ha fatto giustizia una volta per tutte di tutti i falsi profeti che negli anni scorsi si sono sbracciati in televisione e sui giornali per dimostrare che l’inquinamento atmosferico fosse principalmente dovuto alle emissioni dei riscaldamenti ad uso civile.

Man mano che la scomparsa dell’uomo dagli ecosistemi urbani, e la riduzione delle sue attività ad un livello pari a zero lo ha consentito, hanno cominciato a verificarsi alcuni fenomeni interessanti. Nel parco archeologico del Colosseo a Roma hanno cominciato a comparire attori prima invisibili della nostra fauna cittadina, quali ricci, picchi, ed altri animali di diverso tipo. Le acque della laguna di Venezia, non più perturbate dagli scarichi e dal continuo movimento delle imbarcazioni commerciali e da diporto hanno perso la abituale il colore grigio marrone, per trasformarsi in canali caraibici, nelle cui acque trasparenti i cormorani vanno visibilmente a caccia di pesci. Corsi d’acqua terribilmente inquinati come il Sacco in Ciociaria, per la difesa dei quali le autorità preposte non sono riuscite per anni a fare alcunché, nascondendosi dietro un muro di procedure, lungaggini amministrative e burocratese, hanno recuperato la propria natura di fiumi trasparenti. E persino l’inquinatissimo Sarno, famigerato fiume che attraversa l’agro omonimo, ha visto ritornare le sue acque trasparenti, rendendo evidente che il colore rossastro che le caratterizzava altro non fosse – come peraltro noto dal 2007 – che il velenoso risultato delle attività conciarie della zona di Solofra, in cui depuratore evidentemente non svolge il suo lavoro. Questo ovviamente ha conseguenze positive sulla qualità delle acque della zona sud-occidentale del Golfo di Napoli, le quali hanno recuperato molto rapidamente il proprio aspetto naturale, attirando una crescente mole di fauna ittica.

In ultima analisi, quella che sotto molti aspetti è una tragedia di dimensioni planetarie, lo è in realtà solo per la razza umana. Quanto sta succedendo è un enorme dito puntato verso le nostre coscienze, la richiesta di una presa d’atto senza appello delle nostre responsabilità nell’avvelenamento del globo. Se da questa terribile esperienza dovremo imparare qualcosa come collettività, è la necessità di dare un forte impulso a quella economia verde che i malsani interessi di un malinteso sviluppo economico hanno tenuto per decenni sotto scacco.

Il tempo che stiamo passando nelle nostre case deve spingerci alla riflessione ed alla applicazione intelligente, una volta che ne saremmo usciti, di pratiche alternative di produzione industriale e di trasporto. È infatti ormai evidente anche gli osservatori più recalcitranti che lo spostamento quotidiano di grandi masse di popolazione dalle case agli uffici, ove il lavoro da svolgere sia fondamentalmente legato al digitale, è una inutile follia che non possiamo più permetterci. Allo stesso modo, non deve essere più accettabile che esistano attori commerciali ed industriali che ignorino a scapito della collettività le pratiche tecnologiche di abbattimento degli inquinanti. Quanti dovessero in futuro continuare a parlare dell’ineluttabilità dell’inquinamento se si voglia sostenere un adeguato sviluppo economico, dovranno essere tacitati in maniera decisa.

Ci voleva forse una pandemia per togliere tutti gli alibi agli spargitori di menzogne: la vera malattia del mondo siamo noi.

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