SPECIALE CORONAVIRUS

I dubbi amletici di chi ha la cloche tra le mani

Come un pilota deve mantenere i nervi saldi in caso di avaria, così i politici dovrebbero farlo nelle emergenze nazionali

Durante le situazioni emergenziali, troppo spesso accade che chi non ha la giusta forma mentis non riesce a mantenere la necessaria lucidità per gettare lo sguardo un po’ più avanti rispetto alle problematiche che stanno assorbendo la sua attenzione.

Il risultato, come in un combattimento corpo a corpo, in cui si è concentrati ad evitare i fendenti dell’avversario ed a rispondere in modo adeguato, è quello di non riuscire a percepire che, indietreggiando, si sta per precipitare dalla scogliera.

Mutatis mutandis, nell’attuale emergenza sanitaria che coinvolge il nostro Paese, pur non volendo pontificare in modo semplicistico, vorremmo riflettere meglio sulle decisioni prese e sulle loro conseguenze, ritenendo che, senza entrare in tecnicismi sanitari e/o economici, ma animati solo dal buon senso, forse si potrebbe ancora fare qualcosa di utile a scongiurare una conseguente fase di emergenza economica e sociale.

Le problematiche sanitarie che hanno portato a chiudere tutti noi in casa, per aumentare le distanze interpersonali, sono sacrosante e rispondono all’adagio popolare: a mali estremi, estremi rimedi. Sorvolando sulle polemiche, relative alle tempistiche di attivazione di questa decisione, è consequenziale essere d’accordo con la disposizione di chiudere le attività commerciali, sportive e culturali che creano o possono potenzialmente creare affollamenti di persone.

I problemi iniziano a nascere con la decisione di chiudere le attività artigianali, industriali e produttive, perché può essere facile decidere la chiusura di un’azienda che produce, ad esempio, profumi. Anche se, ad onore del vero, perfino in questo caso bisogna sottolineare che, date le esigenze conclamate, si sarebbe potuto chiedere alla proprietà se voleva rimanere aperta, almeno parzialmente, convertendo le lavorazioni, in modo semplice ed indolore, per produrre gel disinfettanti o Amuchina o liquidi disinfettanti a base alcolica.

Naturalmente è facile non ritenere strategica un’azienda tessile di confezionamento, anche se in realtà, perfino in questo caso, si poteva riconvertire, almeno parzialmente la produzione per realizzare le introvabili mascherine di protezione, cosa che in realtà qualche imprenditore ha fatto, inizialmente, a suo rischio, contravvenendo al bando e chiedendo la burocratica autorizzazione e certificazione, concesse, naturalmente, con le necessarie tempistiche.

Nella realtà per tutte le altre aziende, tenuto conto delle continue dichiarazioni sulla fine dell’emergenza che spostano quindicinalmente il limite, solo i nostri politici sembrano far finta di non capire che i tempi di chiusura, senza azioni specifiche, saranno purtroppo lunghi.

Utilizzando un briciolo di buon senso ed attenzione riflessiva, sarebbe stato più utile chiudere sì per 15 gg, ma obbligando le aziende, in questo periodo, a rivedere, magari concedendo qualche finanziamento finalizzato,  l’organizzazione del lavoro per garantire la sicurezza del personale, sia in termini logistici interni, sia procedurali, sia di approvvigionamento di presidi atti a proteggere, magari riducendo le performance produttive, ma creando le condizioni per riprendere prima possibile la produzione, tenuto conto che, come recita un adagio lombardo, terra che pur non essendo d’origine, mi ha ormai accolto da più di 20 anni: “Piutost che nient, l’è mei piutost”.

Del resto, la realizzazione, dal nulla, in 15 giorni del progetto COVID ospedale Fiera di Milano, rappresenta la lampante conferma della tesi, visto che 500 persone hanno lavorato contemporaneamente per raggiungere l’obiettivo prefissato, quindi delle due l’una, o abbiamo destinato a contaminazione certa 500 persone sacrificandole sull’altare del coronavirus, emulando quanto accaduto a Chernobyl dopo l’incidente, oppure avendo attuato procedure e quant’altro necessario, è stato possibile far funzionare una macchina complessa, che ha creato dal nulla un ospedale, all’avanguardia, di 200 posti letto. Dimenticavo che l’altro elemento essenziale è stata la disponibilità economica immediata di fondi, che hanno permesso di realizzare velocemente le cose, dati i 21 milioni di euro derivanti da donazioni private, differentemente da quanto succede nella realizzazione delle opere pubbliche, dove i fondi, per quanto esistenti ed accantonati, arrivano con il contagocce, rallentando i lavori sine die.

La logica doveva e deve spingerci a pensare che usando la leva di finanziamenti finalizzati, e magari di utili consigli delle strutture dell’INAIL, che almeno per una volta potrebbe avere funzioni consulenziali e non sanzionatorie, è necessario finalizzare il periodo di fermo attività per permettere una ripresa delle produzioni, con i necessari livelli di sicurezza, magari rivedendo anche il coordinamento degli spostamenti dei trasporti pubblici, ma facendo sì che le aziende possano riprendere a funzionare.

Il problema non è quello di garantire il profitto al padrone, bensì quello di salvare le capacità produttive del soggetto giuridico Azienda, in quanto non bisogna aver frequentato un master al MIT di Boston per capire che Aziende che esportano fino al 70% – 80% dei loro prodotti, se perdono le commesse, perché sono inadempienti sulle consegne, anche se per cause di forza maggiore, nonostante tutta la possibile, ma non probabile comprensione dei clienti, quando riapriranno saranno morte, perché sarà difficile riprendere le forniture e dovranno iniziare come se fossero una start up, pur non avendone la loro struttura agile e i loro ridotti costi. 

Il know how, pur se ampio e consolidato, non sarà sufficiente per girare la chiave e mettere in moto il motore, perché è necessario avere anche le quattro ruote, rappresentate dai contratti di vendita, per muoversi, cosa difficile in una situazione dove aziende concorrenti, magari tedesche, avendo continuato a lavorare, hanno occupato le quote di mercato lasciate libere.

Del resto l’alternativa è facile da prefigurare, se pensiamo all’impatto economico che lo Stato, ovvero tutti noi, dovrà sopportare se vuole evitare il fallimento e la chiusura delle tante aziende che costituiscono il tessuto imprenditoriale italiano, o in alternativa l’impatto dei problemi, in termini di tenuta sociale, derivanti dai livelli di disoccupazione che per un periodo più o meno lungo potrebbero derivare dalle chiusure aziendali, se lo Stato non interviene economicamente in modo pesante.

Senza volere unirsi alla pletora dei complottisti, che adombrano complessi disegni internazionali, anche se citando un famoso adagio di Giulio Andreotti: A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, la domanda emerge spontaneamente: non è che la posizione sugli Euro Bond o meglio Corona Bond, presa dai tedeschi ed olandesi, che peraltro appartengono alla grande schiera di chi predica bene, ma razzola male, non accarezzi, forse in modo istintivo e, per essere buoni, non del tutto consapevole, proprio progetti di disfacimento delle economie terze per avere una posizione egemone in Europa?

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