STRATEGIE

Cessate il fuoco! Il nostro è un nemico comune e va sconfitto

L'Onu ha lanciato un monito: il mondo fronteggia un pericolo al quale non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi

Un cessate il fuoco, probabilmente solo temporaneo, ma sintomatico dei veri problemi globali. È quello che ha chiesto lo scorso 23 marzo il Segretario Generale dell’ONU, con un appello in diretta.

“Il nostro mondo fronteggia un comune nemico: Covid-19. Al virus non interessano nazionalità, gruppi etnici, credo religiosi. Li attacca tutti, indistintamente. Intanto, conflitti armati imperversano nel mondo. E sono i più vulnerabili – donne e bambini, persone con disabilità, marginalizzati, sfollati – a pagarne il prezzo e a rischiare sofferenze e perdite devastanti a causa del Covid-19… è questo il motivo per cui oggi chiedo un immediato cessate il fuoco globale in tutti gli angoli del mondo. È ora di fermare i conflitti armati e concentrarsi, tutti, sulla vera battaglia delle nostre vite”

Non è la prima volta e, si spera, non sarà nemmeno l’ultima, in cui i conflitti tra popoli e nazioni passano in secondo piano, con questi ultimi che si uniscono nella battaglia contro qualcosa di più grande, più potente, più letale o semplicemente più importante.

Tra gli esempi lampanti si ricordano la Tregua di Natale del 1914 e l’Accordo del 2005 sulla Seconda Intifada.
Il primo è un cessate il fuoco non ufficiale e assai breve, intercorso tra le truppe tedesche e quelle britanniche schierate lungo il fronte occidentale nelle Fiandre. Un susseguirsi di eventi che vide coinvolti oltre 100mila soldati, iniziato a metà dicembre con lo scambio di doni e souvenir con i soldati avversari, celebrazioni religiose comuni e canti natalizi, e culminato con la disputa di partite di calcio nella terra di nessuno, nel limbo tra le opposte trincee. L’indomani poi tutto riprese come prima.

Il secondo fu l’accordo firmato l’8 febbraio 2005 tra Ariel Sharon, all’epoca primo ministro d’Israele, ed il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Abu Mazen, successore di Arafat, con il quale annunciarono la fine delle violenze.
Questa volta però si ha l’impressione che il nemico comune sia invincibile.
Con oltre 700mila soggetti infettati e quasi 35mila morti in poco più di tre mesi, numeri alla mano, siamo di fronte ad una delle più grandi pandemie della storia. 

Così, dopo meno di una settimana dall’appello di Antonio Guterres, diverse fazioni belligeranti ed eserciti governativi hanno scelto di deporre l’ascia di guerra e pensare, comunemente, a proteggersi e contrastare la diffusione del Covid-19.
Nelle Filippine l’insurrezione islamica si è fermata; in Camerun il sanguinoso conflitto tra i francofoni e i secessionisti anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo; nello Yemen, dopo 5 anni di conflitti tra Governo centrale, ribelli, ISIS e Al-Qāʿida Arabica vi è la quinta tregua. In Siria nonostante le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l’idea di una tregua e si sono dette disponibili “a fermare ogni azione militare”, la guerra civile è ancora in atto.
Il fronte più caldo resta senza dubbio quello libico dove, sebbene si ritenevano sospese le ostilità nella capitale Tripoli, il generale Khalifa Haftar ha colpito il centro della capitale con razzi che hanno ucciso o ferito alcuni civili. L’unica misura all’orizzonte appare quella dell’UE che con l’operazione Irene a guida italiana, controllerà l’embargo Onu sulle armi.

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