SICUREZZA DIGITALE

Sapete che ci sono anche i siti “ZOOM” falsi?

Non bastavano le fregature della app originale. Arriva l’incubo dei siti farlocchi e dei loro malware

La “febbre di Zoom”, che ha contagiato tutti quelli che avevano necessità di contattare gruppi di amici o di colleghi di lavoro, non è passata inosservata.

L’affanno collettivo a cercare e a installare la potente applicazione di videoconferenza ha richiamato l’attenzione dei criminali informatici, che hanno intravisto una magica opportunità per mietere vittime.

La popolarità ha reso il programma il più efficace richiamo per fare incetta di utenti da truffare o da infettare – stavolta – con micidiali istruzioni nocive.

La lunga permanenza a casa ha trasformato smartphone, tablet e computer in possibili trappole e la ridotta attenzione dei meno esperti è un fattore non trascurabile nel verificarsi di incidenti online.

Se la gente vuole “zoom” a tutti i costi – hanno subito pensato gli hacker – possiamo “accontentarla” noi…

E’ così scattata la “nascita” di siti web con la parola “zoom” nel nome a dominio, da sola oppure congiunta con altri termini idonei a fare da esca. Sono cominciati a pullulare i vari “Zoom-online”, “Zoom4you”, “ZoomProfessional”, “FreeZoom” e così a seguire in mille fantasiose e ingannevoli combinazioni.

Gli esperti di CheckPoint (azienda israeliana leader nel segmento della sicurezza informatica) hanno rilevato che da quando è scattata la pandemia si è scatenata una vera e propria corsa alla registrazione di oltre mille e settecento nuovi domini che fingono di essere quello della software house che ha creato il prodotto di comunicazione interattiva oggi tanto di moda. Il fatto che il 25 per cento dei nuovi siti truffaldini ha preso vita negli ultimi sette giorni non è affatto rassicurante. L’escalation è destinata a non arrestarsi e a farne le spese saranno i soggetti meno preparati ad affrontare il terreno minato di Internet.

Il blocco delle attività a seguito del coronavirus è così divenuto l’habitat dei briganti della Rete. Sono davvero in tanti quelli che trascorrono ore ed ore dinanzi al computer, vuoi per lavoro vuoi per svago. E’ quindi naturale che ognuno cerchi la maniera più rapida e magari entusiasmante per mantenersi in contatto audio e video con chi non è più raggiungibile direttamente ma solo attraverso strumenti tecnologici.

Chi è meno pratico digita “Zoom” in un motore di ricerca e trova anche i siti farlocchi. Questi ultimi – magari grazie ad una frase accattivante che etichetta il risultato di Google o altri strumenti simili – sono capaci di attirare chi è a caccia della app tanto agognata oppure delle istruzioni per l’uso o di altre informazioni utili per l’installazione e il successivo impiego.

Chi finisce su quegli spazi web piomba nel trabocchetto. Le pagine del sito fasullo possono contenere codici malevoli in grado di danneggiare il dispositivo elettronico con cui lo sventurato è giunto a destinazione, cancellando dati, guastando i programmi installati, rubando informazioni, insinuandosi negli angoli più reconditi per poi agire in un momento successivo.

La manovra delittuosa non si limita a minare i campi su cui camminano distrattamente i cybernauti, ma sfrutta ogni canale di comunicazione telematica a partire dalla posta elettronica fino a giungere alla messaggistica istantanea.

Una grandinata di mail di phishing e un incalzante scambio di sintetica corrispondenza su WhatsApp ritmano la giornata, con inviti a vedere, consultare, scaricare, condividere ogni sorta di polpetta avvelenata che – a prima vista – si prospetta invece come panacea per le esigenze di ciascuno.

Tra i venefici “bocconi” ci sono file eseguibili (quelli caratterizzati dall’estensione “.exe”) con nomi apparentemente riconducibili a Zoom. La contaminazione – anche quella informatica – è rapida a diffondersi e, analogamente a quanto sta accadendo con il coronavirus, il contagio è legato a quei rapporti di vicinanza che l’isolamento cerca temporaneamente di spezzare. I messaggi pericolosi arrivano spesso da persone conosciute, vuoi per un inconsapevole inoltro da parte degli interessati, vuoi per l’avvenuto scippo delle rispettive caselle e-mail per mano dei banditi.

Non è solo “Zoom” l’unica esca per chi vuole far abboccare sfortunati e disattenti. Il fenomeno di “intossicazione” virtuale sta cominciando a interessare altre “app” di comune utilizzo per l’insegnamento a distanza o per la gestione di gruppi interessati a condividere interessi ed obiettivi con “incontri” da remoto.

Tenere gli occhi aperti è la prima cautela. Non credere ad offerte tanto mirabolanti quanto poco credibili è il secondo passo. Ma il cammino è lungo e il rischio di inciampare incombe.

Tags
Back to top button
Close
Close