SPECIALE CORONAVIRUS

Coronavirus e “vigilantes” da balcone

In seguito alla richiesta a i cittadini di restare a casa, alcuni si sono sentiti di andare ben oltre, elevandosi a guardiani della morale pubblica

Non solo governi e aziende devono evitare il fai-da-te, ma anche i singoli cittadini. Da quando sono state imposte misure restrittive alla circolazione, tanto con interventi da parte del Governo quanto da parte di Regioni ed ordinanze sindacali, abbiamo il giustissimo invito di “restare a casa”. Alcuni zelanti cittadini, però, si sono sentiti di andare oltre i consigli, elevandosi a censori della pubblica morale o, ispirandosi alle memorie giacobine e ai Comitati di salute pubblica, si sono elevati a veri e propri “vigilantes da balcone”. Più zeloti che zelanti, provvisti di smartphone come pistoleri del far west e pronti a fotografare chiunque, all’interno del proprio quartiere ed entro la propria linea di vista, sia colto agire in odor di sospetta violazione dei divieti.

Ora, per quanto il fenomeno abbia risvolti di indubbio interesse per un sociologo o anche, in relazione ai singoli casi, per uno psicologo, è bene compiere una ricognizione legale di questi comportamenti che stanno diventando sempre più comuni. Qualora le segnalazioni trovino una naturale ed esclusiva destinazione nei confronti del proprio legale (per una consulenza) o delle forze dell’ordine (per una segnalazione), non sembrano sussistere particolari problemi.

Il problema è che nella maggior parte dei casi sono stati creati gruppi WhatsApp (o di altre applicazioni di messaggistica istantanea) o Facebook per la condivisione di fotografie (o video) di persone o veicoli “sospetti”, andando così a diffondere un volume piuttosto ampio di dati personali (immagini, targhe, video). Poco conta poi che il gruppo sia aperto o chiuso, o che il profilo sia privato, dal momento che attraverso il repost (o il download, o lo screenshot) l’attività comporta una potenziale diffusione nei confronti di una platea indeterminata di soggetti. Voglio inoltre sperare che adesso gli intenti giustizialisti e la confusione di alcuni privati non portino anche ad un salto di livello ed all’impiego di droni, nella convinzione che siano “autorizzati a farlo” da impellenti esigenze di tutela della pubblica morale.

In alcuni casi, inoltre, in cui ben ritengo che più che l’interessamento dello psicologo possa occorrere quello di uno psichiatra e la valutazione dell’applicazione di un TSO, il post o il messaggio in questione è accompagnato da colorite affermazioni che spaziano dalle molte declinazioni di un augurio di morte imminente, a minacce più o meno velate (“la prossima volta ti sparo”), a insulti che spesso sfociano nell’attribuzione della trasgressione di una prescrizione normativa o, in modo più diretto, di essere dei delinquenti o dei potenziali assassini.

Sostanzialmente: hate speech. O, nello specifico: hate posting.

Tutta questa gamma di condotte espone a profili di responsabilità tanto in sede civile che penale: nella maggior parte dei casi per molestia (per lo scattare foto o video di nascosto) o diffamazione (per accompagnare un post o un messaggio con insulti o indicare i soggetti ripresi come trasgressori), o altrimenti per calunnia se denunciando il fatto alle forze dell’ordine si attribuisce falsamente una condotta di reato (ad esempio indicando che il soggetto è soggetto a misure di quarantena domiciliare).

L’azione responsabile comporta il pensare prima di agire. Questo è il monito che in situazioni di comprensibile timore e confusione deve accompagnare la condotta di tutti, soprattutto se si intende agire per il bene comune e supportare adeguatamente le forze dell’ordine nello svolgimento della loro funzione di tutori dell’ordine pubblico.

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