AFFARI & FINANZA

DPCM, fumo negli occhi contro la rivoluzione

L’ultimo provvedimento emanato dal Presidente Conte è totalmente insufficiente, e non servirà a lenire il pericolo di ribellioni.

Nella giornata di sabato 28 marzo, una delle tante che stiamo vivendo per forza di cose chiusi in casa, il Presidente del Consiglio si è presentato alla stampa per illustrare le nuove misure messe in campo per contrastare l’emergenza economica che si sta accompagnando all’emergenza sanitaria del Covid-19. 

Un piccolo passo indietro di qualche giorno ci permette di apprezzare gli sforzi che la classe dirigente sta facendo per evitare la decapitazione del sistema economico italiano, sia dal lato della domanda che dell’offerta. Cassa integrazione per i dipendenti di aziende di qualsiasi dimensione, bonus una tantum di 600€ alle partite IVA, credito di imposta al 60% per i canoni di locazione di botteghe e negozi, oltre che un fiume di denaro per l’acquisto di dispositivi ospedalieri e assunzioni straordinarie di medici e infermieri.

Si direbbe che non manca nulla, e invece non è proprio così. Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sarebbe giunto un report dei servizi segreti su possibili rivolte nel sud Italia, una zona già profondamente depressa da decenni di deindustrializzazione, che ogni anno perde grandi quantità di prezioso capitale umano (secondo Svimez 2 milioni di persone in 15 anni) e dove il lavoro nero è un ammortizzatore sociale drammaticamente diffuso che consente a tante famiglie di tirare avanti. Fonti del Viminale hanno riferito a Repubblica che in effetti la situazione del sud Italia desta preoccupazione e che per questo sarebbe intenzione del governo di mettere in atto misure sociali volte a prevenire la protesta. 

È in questa chiave che molti hanno letto la decisione di intervenire con le misure presentate il 28 Marzo, ma mi permetto di dire che o non hanno compreso a fondo il contenuto del provvedimento, oppure non hanno ben chiara la fragilità del tessuto sociale del nostro Paese.

 Il DPCM firmato dal presidente Conte prevede l’erogazione ai comuni di 4,3 miliardi come anticipo (66% della quota totale) del finanziamento del fondo di solidarietà dei Comuni, con un incremento di 400 milioni € rispetto allo stanziamento previsto per legge. Avete capito bene, stiamo parlando di un fondo che già esiste (è stato istituito dall’articolo 1, comma 380, della legge 228/2012, ovvero la legge di stabilità per il 2013) e al quale sarebbe stata comunque girata questa cifra qualche mese più tardi.

Di nuovo ci sono solo 400 milioni per gli 8.000 comuni italiani. Il sindaco di Cosenza, un comune di circa 67mila abitanti con circa il 20% di disoccupazione (oltre il 50% quella giovanile), ha dichiarato che nelle casse dell’amministrazione arriveranno circa 150mila €, una cifra totalmente insufficiente. Il Comune di Napoli, con i suoi 800mila abitanti e il tasso di disoccupazione che supera il 23%, riceverà 6 milioni €.

La scarsità di fondi di contrasto alla povertà è certamente una condizione generalizzata per i comuni italiani, ma Cosenza e Napoli consentono di fare un’ulteriore considerazione su quanto questi fondi potranno essere efficaci, se ricordiamo che sono comuni in pre-dissesto. Più volte i primi cittadini di queste due città hanno ricordato quanto le casse dell’amministrazione fossero senza un soldo, vuote, dissanguate e quanto temessero di non poter fornire talvolta neanche i servizi pubblici essenziali. È pertanto evidente che in queste città, e in tante altre realtà della Penisola, è pronta una disgregazione del contratto sociale che garantisce il vivere civile.

In Sicilia stanno già partendo timidi segnali di sollevazione popolare, sia via web che nella vita reale; a molti supermercati è stata assegnata una postazione fissa di Carabinieri o Polizia per evitare assalti o disordini. Gabriella Lipani, direttore del Banco alimentare, ha dichiarato che nella sola Palermo sono già oltre 2.500 le richieste di aiuto già pervenute da famiglie allo stremo.

Con il Consiglio Europeo che può prendere decisioni solo all’unanimità e che sempre più spesso, come per gli aiuti per il Covid-19, decide di non decider, sembra proprio il caso di domandare sommessamente: “Caro governo, cosa aspetti a varare misure più incisive per consentire alle persone di sopravvivere? Potresti evitare di buttare fumo negli occhi?”

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