AFFARI & FINANZA

Covid-19: questa volta salviamo i cittadini?

Il rischio per L'Italia è che il quantitative easing riuscirà solo parzialmente a tamponare l'emergenza economica e che il governo abbia uno spazio di manovra molto limitato

Le parole di Mario Draghi, rilasciate al Financial Times (25 marzo) sono la fotografia di una crisi che ci accompagnerà per molto tempo. Sono parole chiare, semplici e lapidarie, proprio come il suo famoso “whatever it takes”. Egli ha definito la situazione attuale  “una tragedia di proporzioni bibliche”

La consapevolezza di questa drammatica situazione è diffusa ed è condivisa da tutti i governi ed autorità monetarie. Ma diverse sono le strategie e le risorse che si vogliono  mettere in campo.

Dopo la caduta di Lehman Brothers, Ben Bernanke, allora a capo della Federal Reserve, varò il Q.E. (quantitative easing) che in realtà originariamente si chiamava credit easing, perché tale era il suo obiettivo primario, cioè favorire il credito alle imprese ed alle famiglie tramite una poderosa iniezione di denaro alle banche, con l’obiettivo di salvare le stesse dal collasso e di favorire il recupero dell’ economia reale. Ma ben presto il termine credit easing fu abbandonato e sostituito da Q.E.. Ben 4.000 miliardi di dollari furono iniettati nel sistema finanziario dal 2009 al 2014, ma di questi i 2/3 sono finiti nei portafogli delle banche e di Wall Street. Tanto è vero che la miglior  “performance” di Wall Street fu registrata proprio nel 2009, l’anno successivo all’inizio della crisi. Cosa era successo? Le banche, invece di utilizzare i soldi ricevuti per concedere prestiti a tassi agevolati, preferirono reinvestire la montagna di dollari ricevuta in attività finanziarie più remunerative per i loro bilanci.  JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, City Bank solo per citarne alcune, fecero registrare degli ottimi profitti. Tra le varie tipologie di interventi sul mercato finanziario si ricorda quello del “buy back”, acquistare cioè sul mercato azioni proprie con lo scopo di aumentare la quotazione dei titoli stessi e realizzare grandi profitti. Tutto legale, intendiamoci, ma poco a che vedere con il sostegno dell’economia reale. In buona sostanza, i 2/3 dei cittadini americani beneficiarono poco o nulla di quella enorme massa di denaro.

A detta di molti economisti come Varufakis, fondatore del movimento Diem 25 ed ex ministro delle finanze della Grecia, e come ha anche in parte ammesso Ben Bernanke nel suo libro “La Federal Reserve e la crisi finanziaria”, con il Q.E. ci vuole un enorme sforzo economico per ottenere un bassissimo ritorno nella economia reale. Il Q.E serve, in sostanza, solo per il “bail out” delle banche. Anche in Europa assistemmo nel 2012 allo stesso fenomeno e molti si ricorderanno il dibattito attorno al “credit crunch”, cioè al fatto che le banche pur disponendo di liquidità e in presenza di tassi di interesse molto bassi, preferivano non prestare denaro alle imprese per evitare di incorrere in quelli che vengono chiamati “non performing loans”, cioè crediti in sofferenza. In una recente intervista apparsa su Internazionale, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz si dice convinto che: ” l’uso del Q.E. è uno strumento debole per stimolare l’economia ed ha conseguenze distributive assai avverse (nel senso che privilegia i ricchi e non la classe media) per cui è anche relativamente inefficiente”. Ed inoltre aggiunge : “Io penso che il Q.E. per la gente sia una cosa giusta. Ma alle banche centrali non piace questa idea”.  Elizabeth Warren, senatrice democratica ed ex candidata alla Casa Bianca, ha recentemente affermato che un aiuto economico deve avere due caratteristiche: deve essere sufficientemente grande e deve essere diretto direttamente ai cittadini.

Proprio in questi giorni, dopo una iniziale reazione disastrosa, la BCE ha annunciato che attiverà un Q.E. molto significativo per affrontare questa crisi.

Ma allora, se il Q.E. da solo non è né risolutivo né sufficiente per contrastare una crisi come questa, a chi spetta il ruolo di intervento diretto?

 Sono i singoli governi che devono farsi carico della crisi e, come dice Draghi, occorre aumentare il deficit dello Stato. Ma le reazioni delle autorità Europee a tal riguardo sono state piuttosto tiepide. In una intervista al Sole24Ore di qualche giorno fa, il commissario UE Gentiloni, in relazione alla flessibilità di bilancio, affermava: ” L’entrata in vigore di questa clausola non significa che i Paesi possano ignorare la sostenibilità delle loro finanze pubbliche nel medio e lungo termine”. E ancora: “I governi sono autorizzati a deviare dal percorso di aggiustamento dei conti pubblici. Lo sono in modo temporaneo… comunque senza perdere di vista la sostenibilità nel medio – lungo termine”. In sostanza non sembra che l’Europa sia sulla stessa lunghezza d’onda del grido di allarme di Mario Draghi. Anche sul versante dell’introduzione dei Coronabonds, cioè l’emissione congiunta di obbligazioni, la risposta registrata dall’Europa ed in particolare da Germania e Olanda, sembra molto tiepida.

Il rischio per L’Italia dunque è che il Q.E. della BCE solo molto parzialmente riuscirà a tamponare l’emergenza economica del nostro Paese, e che il nostro governo abbia uno spazio di manovra molto limitato per l’aumento del proprio debito per poter dare un aiuto concreto e diretto ai cittadini. In queste condizione il grido di allarme di Draghi potrebbe rimanere inascoltato ed in breve tempo le nostre Industrie, le nostre famiglie e il tessuto sociale stesso non sarà in grado di resistere allo tsunami economico del COVID-19. Occorre far presto.

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