SPECIALE CORONAVIRUS

Il sinecura per chi ci cura

Gli operatori sanitari vanno protetti e nessuno può sentirsi in pace con la coscienza se continua ad esporli al contagio

La sicurezza della nostra salute passa dal medico di base, professionista  dell’assistenza primaria. Ma il  Dpcm lo ignora, inspiegabilmente. O meglio: gli affida compiti fondamentali nella gestione dell’emergenza sanitaria. Con quali strumenti: non si sa! Il Parlamento rimedierà l’inspiegabile omissione?

Facile definirli eroi. Facile e bello applaudirli e manifestare riconoscenza. Loro, i medici di famiglia, la riconoscenza se la sono guadagnata sul campo: dei trentatrè medici che hanno perso la vita in questa stagione di Covid-19,  più della metà  erano medici di base. Mandati nudi in battaglia senza nemmeno uno straccio di protezione.

La gente lo sa e riconosce a questi 17 eroi una ammirazione infinita.  L’11 marzo il primo decesso, quello di Roberto Stella, a Varese. Nelle ultime ore hanno perso la vita Calogero Giabbarrasi, medico di medicina generale di Caltanissetta, Renzo Granata, medico di medicina generale di Alessandria, Ivano Garzena di  Torino e Ivan Mauri di Lecco. E probabile che l’elenco dei professionisti della salute di prossimità  debba allungarsi.

Questo dovrebbe far riflettere le istituzioni sanitarie, il Ministro della Salute e il Governo: gli operatori sanitari vanno protetti e nessuno può sentirsi in pace con la coscienza se continua ad esporre professionisti  sanitari al contagio,  senza protezioni.

Mentre i palinsesti delle reti tv continuano a ricordarci che in caso di sintomi da coronavirus  dobbiamo rivolgerci proprio  a loro,  nessuno si ricorda di loro quando nell’esercizio della loro professione risultano positivi al virus. E si che il nostro sistema sanitario nazionale fotografa il medico di medicina generale  come la figura chiave, come il perno professionale intorno al quale tutti i servizi e le strutture ruotano, rappresentando quella del medico di famiglia la figura di primo riferimento,  di fiducia e di contatto per il cittadino, tanto in via preventiva quanto di fronte alla diagnosi di patologie. Sono 54 mila, in Italia. Non tanti, visto che la densità di medici di famiglia in rapporto alla popolazione pone il Paese al decimo posto in Europa, con quasi 90 medici per ogni 100 mila abitanti, superati da Belgio e Cipro. Per fortuna il nostro Paese scala la classifica con il numero complessivo dei medici in servizio; l’istituto statistico Europeo ne conta da noi  240 mila , collocandoci al secondo posto come numero assoluto, dopo la Germania ( 345 mila).

Ma qui va introdotto un  distinguo: il medico di assistenza primaria è di fatto un libero professionista, gli altri medici sono sostanzialmente dipendenti.

La storia del nostro sistema sanitario nazionale fotografa il medico di medicina generale  come la figura chiave, come il perno professionale intorno al quale ruotano tutti i servizi e le strutture ruotano: rappresentano  la figura di primo riferimento, di fiducia e contatto per il cittadino, tanto in via preventiva quanto di fronte alla diagnosi di patologie.  E poiché il carattere basilare della professione del medico di medicina generale è connesso al relativo profilo fiduciario che  mal si presta ad essere mediata o filtrata dalle Strutture del sistema sanitario , pur operando in via coordinata con le altre figure sanitarie e mediche , rimane un “apriporta” professionalmente libero. Libero, ma esposto più di altri al contagio. E senza nemmeno le coperture assicurative per i rischi che corre.

I provvedimenti del Governo fin qui adottati hanno messo a fuoco soprattutto le esigenze sanitarie e i profili professionali che operano con inquadramento subordinato all’interno del Servizio sanitario. Dimenticando o ignorando il ruolo del professionista della salute a cui, paradossalmente, ha demandato il compito di prima sentinella del virus sul territorio.

L’ente nazionale di previdenza e assistenza (Empam), che pure ha la disponibilità per intervenire economicamente, è vigilato dai Ministeri e non può adottare misure di welfare perché l’obbligo statutario lo confina dentro le sole politiche di previdenza e assistenza. L’ente sarebbe certamente nella condizione ( e nella volontà) di destinare – poniamo – l’1% del valore del proprio patrimonio immobiliare per misure di sostegno che meglio tutelino la figura professionale medica sul territorio. Ma non può farlo.

Fuori gioco  l’Empam,  rimane  il Governo. Ma in tutti i provvedimenti adottati non ha riservato alcuna attenzione alle professioni e, tra le professioni, alla professione medica.

Tutti i medici di base che hanno dovuto rispettare i 15 giorni di  quarantena non solo non hanno potuto fruire di alcun contributo ma hanno dovuto pagare  il sostituto. E le vittime difficilmente saranno riconosciute morte a causa di lavoro, e quindi le loro famiglie non vedranno alcun indennizzo Inail.

Tra la retorica del medico eroe e il trattamento irriguardoso  effettivamente riservato loro  c’è un varco che merita di essere immediatamente colmato: nella speranza che, trattandosi di pura svista, il Parlamento ponga rimedio. Fino ad ora  il trattamento riservato a chi assicura e gestisce la salute del cittadino, a chi garantisce cioè la sicurezza e l’efficacia della presa in carico del paziente è inversamente proporzionale alla retorica buonista che giornali e telegiornali dispensano a piene mani, mentre chi può e deve le mani le usa per tenere chiusa la borsa.

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