SPECIALE CORONAVIRUS

La selezione innaturale dei diritti universali

Il direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, Gianni Rezza, propone di sacrificare la privacy sull’altare del coronavirus

Chiudere fabbriche e uffici non basta se non si accompagnano le misure restrittive “all’adozione del metodo coreano per rintracciare e isolare i positivi”. Così argomenta Rezza a La Stampa, oggi. Il direttore dell’Istituto Superiore di Sanità ha in mente una “via della seta” in versione ancor più radicale, modello coreano, appunto,  per arginare e sconfiggere il virus, che poggia sul  postulato “privacy=cazzata”. In virtù dell’efficacia del postulato stesso, ecco finalmente una implementazione veloce  della mappatura via gps, principale cruscotto della verità dei movimenti e dei contatti , con  cui controllare, dissolvere e sanzionare e portatori di virus e con cui arginare e debellare –infine- il virus stesso.

L’epidemiologo pone alla radice dell’albero dell’infezione la scure del sacrificio della privacy nemmeno come un male minore da sacrificare in nome di un bene superiore, ma come una vera e propria “c……” che avrebbe inutilmente inibito e ritardato l’utilizzo di una poderosa tecnologia in funzione antipandemica.

Il ritardo  nella prevenzione e nella lotta al Covid-19 non dipenderebbe affatto dalla sonolenza con cui le autorità nazionali hanno raccolto il grido di allarme  di Forum di New Yourk (ottobre 2019) oppure l’alert dell’Organizzazione mondiale della sanità. No: il ritardo va imputato quella gigantesca  palla al piede che si chiama “privacy”.

L’argomentazione del prof. Rezza è circostanziata: loro, i coreani,  dice il professore, “hanno effettuato test rapidi ed estesi ma mirati; hanno mappato gli spostamenti utilizzando il gps dei cellulari  e hanno utilizzato le informazioni  così ottenute per creare app che hanno consentito di tracciare e rintracciare quanti hanno avuto contatti con persone positive”.

All’origine di questa autorevole visione sta il principio eugenetico che in momenti acerbi qualcosa vada sacrificato e, darwinianamente, debba perire  il principio  più debole della catena dei dirtti  perché in natura questo accade. Il dispiegamento dell’ermeneutica basato sull’ “aut” e non sull’ “et” produrrebbe  una benefica selezione delle priorità e dei mezzi più utili per il perseguimento dei nobili  scopi.

Naturalmente il principio  di selezione vale per la privacy ma non vale per i rimedi farmacologici. Alla  domanda: “Cosa ne pensa dell’Avigan, l’antinfluenzale giapponese, come anti-Covid”  Rezza risponde brandendo  la stessa visione selettiva applicata alla privacy bensì utilizza il sapere  della scienza con il camice : “Non mi risulta siano stati condotti trals clinici che ne dimostrino l’efficacia. L’80% delle persone infettate guarisce da se. Anche senza Avigan”.

Ecco: in fatto di cura e di rimedi efficaci, Rezza non richiama  nessuna teoria della selezione naturale delle cure efficaci bensì prudentemente richiama  le evidenze scientifiche che ancora mancano.

L’idea che il tempo presente e le sue drammatiche complicazioni  possa rappresentare una fantastica occasione per dare una spallata all’edificio regolatorio con cui il mondo intero cerca di disciplinare l’irrompere di una  tecné irriguardosa dei diritti della persona, è accarezzata da tutti i manovratori che mal sopportano i disturbi arrecati da quanti intendono parlare ai conducenti.

Gli oligopolisti dei data pensano e scrivono quello che pensa e dice Rezza. Naturalmente si potrebbe scendere nel particolare  e contestare a piene mani il funzionamento della localizzazione mediante celle telefoniche ( egregiamente  ne scrive  Umberto Rapetto nell’ editoriale di oggi) oppure anche l’utilità della chiamata alle armi avviata dal ministero dell’Innovazione con cui si chiede ad università e centri di ricerca idee e proposte per l’utilizzo di tecnologie utili al monitoraggio .  Se il problema è far presto,  basta chiedere il software  a Seul. Ma se anziché scendere sempre più in basso nei ragionamenti proviamo invece a salire di livello, possiamo proporci e proporre una via dove  i  diritti  non si contrappongono  tra loro perché “simul stabunt vel simul cadent”. Introdurre  esenzioni e discriminazioni significa aprire un varco formidabile a disposizione di quanti non vedono l’ora di sbarazzarsi di certi impedimenti che minano il “laissez-faire” dei nuovi padroni del mondo.

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