GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Attenti al fake quotidiano

Una notizia che desta allarme e ricalca un cliché culturale ha un altissimo potenziale di diffusione. Anche quando è falsa

La rivoluzione digitale ha interessato negli ultimi anni tutti i settori industriali e commerciali, trasformando per sempre il modo con cui aziende ed individui comunicano tra di loro. È ormai esperienza comune la disintermediazione di moltissimi acquisti, con i grandi marketplace digitali che la fanno da padroni; nonché la possibilità di acquisire notizie liberamente da una molteplicità di fonti, invece che dai relativamente pochi canali televisivi, radiofonici o dalla carta stampata.

Se da un lato questo ha ampliato la libertà di informazione, dando la possibilità ai cittadini di non essere solo consumatori, ma anche produttori di contenuti, dall’altro ha creato una serie di problemi ai media tradizionali. Problemi innanzitutto di pubblico, dato che diventa sempre più difficile per i media a struttura classica competere con portali digitali generalisti o specializzati che hanno una struttura di costi infinitamente più ridotta. Ma anche e soprattutto di cattura dell’attenzione del pubblico stesso, ormai abituato a passare molto velocemente da un contenuto all’altro.

Da questo ne derivano una serie di caratteristiche della comunicazione odierna: il dover essere sempre tempestiva – il vecchio detto “yesterday’s news” è ormai trasformato in “last hour news” – di facile digestione per un ampio pubblico, e soprattutto di avere una forte capacità di cattura della “pancia” dei lettori. Queste semplici regole, caratteristiche soprattutto della comunicazione digitale, hanno inesorabilmente portato anche i giornalisti dei media tradizionali a cercare sempre di più il sensazionalismo, riducendo a volte in maniera pericolosa un assunto fondamentale della professione: controllare sempre le notizie.

Questa frenesia di andare in stampa, di colpire, di catturare pubblico, ha portato in generale uno scadimento della qualità generale. Non occorre fare nomi per individuare immediatamente giornali che eleggono a sistema la “ringhiosità” e la ricerca del colpo ad effetto, a scapito della serietà dell’informazione. Allo stesso modo, capita che anche media normalmente più riflessivi incappino in qualche clamoroso scivolone.

Nella giornata di ieri, un noto quotidiano nazionale ha pubblicato in prima pagina uno scoop secondo il quale all’ospedale Cardarelli di Napoli ci sarebbero stati 249 operatori sanitari assenti per malattia. La notizia avrebbe avuto come fonte il Direttore delle Emergenze Ciro Mauro, ed ha rapidamente sollevato un vespaio di commenti furibondi da parte di esponenti politici locali, con contorno di epiteti ed appelli per l’immediato licenziamento. Altri giornali hanno riportato la presunta notizia, con vari livelli di livore e l’uso indifferenziato di stereotipi. Per non parlare dell’immediata messa alla gogna del Cardarelli via Social Media – dove i 249 operatori sanitari sono immediatamente diventati 249 medici.

Nel giro di poche ore, la Procura di Napoli ha aperto un’indagine conoscitiva per appurare la veridicità delle accuse, tanto più gravi, se verificate, in quanto ricadenti in un momento di emergenza sanitaria nazionale. A stretto giro, la Direzione Generale del Cardarelli ha promosso un’indagine interna, da cui sono risultati i numeri di medici effettivamente ammalati, poi comunicati dal Direttore Generale del Cardarelli Giuseppe Longo in un videomessaggio:  in totale sono 33 (e non 249) su 739. Di questi ultimi 4 sono affetti da patologie croniche e 4 sono positivi al tampone per il Covid 19 (e quindi in isolamento fiduciario), mentre altri 9 sono ammalati per il Covid 19. In buona sostanza, solo 16 medici su 739 – il 2% – sono ammalati per altre cause, una percentuale diremmo fisiologica in qualunque organizzazione.

La diffusione di questa notizia non verificata, e dimostratasi in seguito falsa, non sarebbe avvenuta se si fosse seguita la semplice pratica precauzionale di verificarla con la Direzione Generale dell’ospedale prima di pubblicarla. È curioso inoltre notare la coincidenza della sua pubblicazione con quella della notizia riguardante l’autorizzazione da parte dell’Agenzia Nazionale del Farmaco al protocollo esteso per la sperimentazione di un farmaco contro le conseguenze del coronavirus da parte dell’ospedale Pascale di Napoli. Uno specialista di comunicazione pubblica e politica come Noam Chomsky ci vedrebbe forse una pratica di “character assassination”, ma ovviamente non è questo il caso.

Questo episodio minimo ci fornisce materiale per una riflessione sulla modalità con cui le fake news si diffondono. Una notizia che desta allarme, riprovazione, e si inserisce all’interno di un cliché culturale, ha un potenziale di diffusione altissimo, tanto da essere stato persino oggetto di uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science. Essendo coscienti della pericolosità sociale di tale fenomeno, soprattutto in una situazione in cui l’animo del nostro Paese è sovraeccitato e spaventato per le vicende in corso, non resta che augurarsi che i professionisti dell’informazione vogliano esercitare il proprio ruolo con la massima responsabilità.

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