GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Il coronavirus ha infettato anche Facebook?

Fino a che punto un soggetto privato ha il diritto di censurare opinioni espresse all’interno del proprio sistema di condivisione delle informazioni?

Facebook è senza dubbio la piazza virtuale dei nostri tempi, un luogo dove le persone si aggregano e condividono i propri pensieri più o meno profondi, le proprie opinioni e anche le più sciocche banalità. È una specie di diario dei nostri pensieri, che ce ne rendiamo conto o no, ed attraverso di esso ci si può fare un’idea più o meno precisa del modo di pensare dell’individuo.

Molti di noi si sono scontrati con le politiche a volte incomprensibili per quanto riguarda ciò che è possibile pubblicare o non pubblicare. Ciò che regola il tipo di post e di contenuto che è possibile pubblicare è regolato dai cosiddetti Standard della Comunità, che apparentemente sono precisi e condivisibili, ma che a volte lasciano spazio ad interpretazioni sulla base della valutazione dell’algoritmo o dell’umano che opera dietro ad esso.

A volte, questi fantomatici Standard hanno prodotto interventi incomprensibili, quando non francamente ridicoli. Capita ad esempio di veder censurate opere d’arte notissime come La tempesta di Giorgione o altri quadri o sculture dove siano esposte pudenda umane – ma l’algoritmo, un giro in un museo archeologico greco-romano, l’hai mai fatto? Capita di veder censurate fotografie terribili ma iconiche come quella scattata dal fotografo Premio Pulitzer Nick Ut, che ritrae dei bambini in fuga – una bambina è nuda ed in lacrime – dopo un attacco al napalm sul villaggio vietnamita di Trang Bang. Capita di vedere cancellati interi gruppi dedicati alla condivisione di materiali storici inerenti a un certo periodo storico: il gruppo La Seconda Guerra 1940-45, che seguo nell’ambito della mia attività di storico militare, è stato sospeso più volte per aver pubblicato immagini di personaggi e situazioni del regime fascista o nazista – e d’altra parte, come si può raccontare il conflitto senza fare riferimento all’ambiente culturale ed ai personaggi che lo hanno causato? Quello Arte ed architettura del Ventennio, dedicato alla condivisione ed al commento di edifici ed opera d’arte del razionalismo e del futurismo italiano, ha rischiato di essere chiuso più volte.

Fin qui, nulla di particolarmente preoccupante, fermo restando il mio personale convincimento che la libera circolazione delle informazioni sia lo strumento migliore contro ogni forma di totalitarismo. Facebook è un soggetto mediatico privato, che come tale ha la libertà di avere una linea culturale e persino politica. Allo stesso modo, tuttavia, bisogna interrogarsi su quanto questa piattaforma privata – che è comunque soggetta alle leggi degli Stati dove esercita la propria attività – agisca legittimamente o meno nel censurare determinate opinioni. Questo, specialmente se tali opinioni non violano alcuna legge, ma sono semplicemente critiche verso una posizione governativa.

È il caso di un cittadino europeo, residente da molti anni nel Regno Unito, che negli ultimi giorni ha pubblicato sul proprio profilo Facebook una serie di post critici verso la scelta del Governo inglese di lasciare libero sfogo all’infezione da coronavirus e di puntare sullo sviluppo dell’immunità di gregge per il contenimento della pandemia. Il professionista in questione, un’autorità internazionale nel campo della sicurezza industriale, ha in particolare ipotizzato che tale decisione sia annessa all’uso di un particolare sistema di valutazione del rischio, utilizzato anche nel suo lavoro. Il risultato è stato la cancellazione di una ventina di post, con l’anodina etichetta “Il tuo post non rispetta gli Standard della Comunità”.

Senza entrare nel merito della questione, e dunque senza esprimere valutazioni sulla possibilità che l’ipotesi fosse azzeccata ed abbia dato fastidio, rimane una questione molto importante da dirimere. Fino a che punto un soggetto privato ha il diritto di censurare le opinioni liberamente espresse all’interno del proprio sistema di condivisione delle informazioni? Secondo quanto affermato dallo Human Rights Act del 1998 vigente nel Regno Unito, “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto comprende la libertà di opinione e la libertà di ricevere e di comunicare informazioni e idee senza interferenze da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. Tale diritto è limitato solo nel caso in cui sussistano rischi per gli “interessi della sicurezza nazionale, dell’integrità territoriale o della pubblica sicurezza, per la prevenzione di disordini o reati, per la tutela della salute o della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni ricevute in via confidenziale, o per mantenere l’autorità e l’imparzialità della magistratura”. Non abbiamo sufficiente dimestichezza con la procedura civile inglese per poter esprimere un’opinione compiuta, ma abbiamo la sensazione che la sussistenza di un eventuale rischio nei termini di cui sopra debba essere determinata da un’autorità giudiziaria e non da parte di un’entità privata.

Che la decisione espressa da Boris Johnson abbia fatto alzare più di qualche sopracciglio nel Regno Unito è indubbio. E’ notizia di queste ore che circa 240 scienziati inglesi di primo livello abbiano firmato una lettera pubblica in cui chiedono di conoscere i determinanti scientifici sottostanti alla decisione di puntare sullo sviluppo dell’immunità di gregge – la quale, ricordiamolo, potenzialmente condanna a morte gli individui più anziani e deboli della società inglese.

Ci auguriamo sinceramente, per amore degli stessi cittadini britannici, che il diritto di critica nei confronti di questa decisione non sia soppresso esercitando pressioni indebite sugli individui attraverso la censura dei Social Media. Ci si troverebbe a combattere con germi molto più pericolosi e virulenti del coronavirus.

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