AFFARI & FINANZA

Partite Iva e nomadi digitali: la luna e i falò del decreto Cura Italia

25 miliardi per l’emergenza. Maxi decreto omnibus. Cosa c’è dentro per sviluppatori, protettori dei dati, produttori e adattatori di soluzioni digitali?

Ci voleva il coronavirus per ricordare all’Italia che esiste lo smart working.  C’è voluto un decreto per dimenticare di sostenerlo.

Innanzitutto perché le partite iva (una delle forme prevalenti dentro cui opera il professionista del digitale) sono state trattate male, con un contributo una tantum di 600 euro a condizione che nel 2019 siano morte di fame  per strada e non abbiano percepito reddito superiore ai 10 mila euro. È vero, negli anni le partite iva sono state sottoposte ad una narrazione  sbagliata tanto da aver indotto la popolazione ad una equiparazione sbrigativa: partita iva eguale ladro di fisco.

I freelance, o titolari di partita iva che dir si voglia, in realtà se la passano male, secondo quanto rilevato da Federcontribuenti: nell’arco di appena tre anni il loro numero si è ridotto del 40% circa, passando da oltre 8,5 milioni a poco più di 5 milioni: o hanno rubato  male, oppure qualche problema vero c’è.

Ma non è questo il luogo per una simile disamina: basti ricordare che  il prelievo medio dell’Irpef sui lavoratori autonomi è di gran lunga superiore a quello in capo ai dipendenti e ai pensionati, pari rispettivamente al 30% e al 67% in più (dati della C.G.I.A. di Mestre).

Ci interessa, qui, un altro punto di vista. I professionisti del digitale, che già conoscono bene la precarietà dei loro mestieri, forse avrebbero avuto modo di dare un contributo decisivo alla svolta digitale imposta dal forzato stop analogico  del mondo del lavoro.

Se il mondo del lavoro nelle ultime settimane è cambiato radicalmente, abbandonando scrivania e ufficio in azienda, ciò è stato possibile grazie agli sviluppatori e ai creatori, a monte,  di modalità smart fatta di e-mail, webcam, conferenze in remoto e infiniti adattamenti customizzati delle infrastrutture digitali del telelavoro. A questo sviluppo hanno dato il loro contributo i nomadi digitali, professionisti sotto partita iva senza fissa dimora e con grande capacità di spaziare da un’attività all’altra: lavoratori – spesso di giovane età – che svolgono attività in vari ambiti, ma pur sempre accomunate dall’interesse per il web.  

Quella del freelance è la categoria più diffusa tra i nomadi digitali: un libero professionista che svolge la sua attività tramite Partita IVA. Libero in tutto, tranne negli adempimenti fiscali. Spesso il nomade digitale è anche imprenditore nomade, costruisce e gestisce un sito di e-commerce per una azienda che ha necessità di trovare mercato. Tutto questo è un professionista, generalmente a partita iva, del digitale. 

Il Governo ha messo in campo obblighi per le imprese di ricorrere allo smart working e lo ha imposto alla pubblica amministrazione. Poi ha messo sul piatto 600 euro, una sola volta,  per i professionisti delle competenze digitali che battono partita iva.

Ma un reale supporto economico, finanziario e fiscale agli interventi di digitalizzazione delle imprese sarebbe stato raggiunto più efficacemente e più velocemente attraverso lo sblocco di voucher urgenti da spendere entro la fine del mese per pagare servizi di consulenza, formazione, forniture di prodotti, adeguamenti dei processi aziendali.

Un supporto finalizzato all’investimento aziendale, più dei soldi in mano, avrebbe riaperto subito il mercato delle competenze digitali per consentire una  trasformazione smart delle aziende. E avrebbe giovato maggiormente a moltissimi giovani, che hanno aperto partita iva pur in tempi di crisi, inventandosi un lavoro 4.0. Le consulenze e le prestazioni di questi giovani spesso riguardano la data protection, la trasformazione digitale, la cybersecurity. Il mercato delle competenze professionali digitali ne avrebbe tratto maggiore beneficio. Invece niente: resteranno precariamente ancorati ad una partita iva  sempre più fiscalmente insostenibile, nonostante rappresentino il motore nascosto ma reale della digitalizzazione privata e pubblica, in Italia. Anziché il falò dei 600 euro che brilla nella notte del provvedimento governativo e subito si spegne, si sarebbe potuto  puntare l’indice verso la luna del sostegno alle imprese chiamate a “improvvisare” frettolosamente  una svolta digitale difficile da portare a termine senza il contributo dei professionisti del web.

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