STRATEGIE

Ritorno al passato

La reazione nazionalistica dei paesi europei potrà aprire la porta alla nazionalizzazione dei dati digitali comuni europei

Guardie alle frontiere, aerei a terra, Schengen fuori corso, dazi, protezioni. Il primo tempo della globalizzazione sta finendo. Il secondo tempo non potrà utilizzare le stesse regole. Arbitra il digital parity, motore della continuità.

Nessuno chiede oggi, apertamente,  il bis  per il  timballo della globalizzazione, raffreddato sul piatto di portata, servito alla mensa di stati e nazioni come portata principale. Qualcuno aveva rifiutato la ricetta  già al tempo della crisi finanziaria del 2008, altri hanno atteso la stagione dei migranti per invocare il cambio del menu. Infine, le grandi potenze geo-politiche mondiali hanno rovesciato  dalla mensa anche la tovaglia servendo ai commensali grandi guerre commerciali, dazi e sanzioni.  Ma la globalizzazione ha fatto spallucce e ha proseguito il gioco con supponente sicurezza. Ora che alle dogane degli stati uniti d’Europa si rubano le mascherine in transito, attraverso requisizioni forzate e vergognose, vale la pena di porre la domanda in tutta la sua brutalità: l’epidemia può mandare in frantumi l’Europa e avviare la corsa al ritorno al passato, mettendo in scacco matto la grande corsa planetaria detta “globalizzazione”?

Mettiamo in fila un po’ di elementi certi.

L’Ue politica è allo sbando e l’Unione monetaria non da risultati apprezzabili. Il suo strumento principe, il Patto di stabilità, è costato troppo a troppi e l’epidemia da coronavirus lo sta mettendo fuori corso. Resta vero che senza di esso la moneta unica traballa, ma ancor più vero è il fatto che –con il Patto – i paesi crollano. La finanza fa il resto e saccheggia le borse con elegante criminalità, soprattutto quando il regolatore sonnecchia e tiene chiuso il taschino dove sono custoditi i cartellini antifallo.

Se anche gli ex presidenti della Commissione (Romano Prodi) non possono far altro che firmare appelli perché  “l’Ue  risponda con voce unica”, a distanza di quattro mesi  dalla partenza del virus in Cina, c’è poco da sperare in una possibile resipiscenza europea prossima ventura.

Davanti alla globalizzazione vengono alzati senza sosta nuovi muri e non solo alle frontiere: anche negli ospedali, con decisioni che vietano addirittura l’invio di mascherine nei paesi maggiormente contagiati, cioè l’Italia.

Il vento del virus soffia forte nei parlamenti e nei governi nazionali e ciascuno ritorna arbitro di se stesso: Macron & Merkel non incarnano soltanto i desiderata di Francia e Germania, perché così fanno Austria, Spagna, Slovenia, Polonia. E così fa l’America. E così fa la Cina: Xi Jinping è impegnato in una operazione – propaganda tesa a mostrare il volto radioso del modello sanitario cinese, dopo aver occultato lo stesso morbo fin da novembre a aver imprigionato chi lo aveva riconosciuto.

Forse uno Stato europeo – l’Italia – avrà bisogno di un salvataggio finanziario di 200 miliardi (Ashoka Mody stima il fabbisogno in 500 miliardi) ma la Germania, a scanso di equivoci, mette sul piatto 550 miliardi per se stessa, così da poter giustificare preventivamente il “no” quando si tratterà di tirar fuori un euro per i Paesi europei.

Se così fosse non resterebbe che “rinominare” il debito e uscire dall’Europa, strada che Londra ha deciso di imboccare ben prima dell’emergenza  coronavirus.

C’è tuttavia una variabile che impedisce e inibisce il disegno restauratore, ponendo limiti  invalicabili al ritorno al passato: lo sviluppo planetario delle tecnologie digitali. Immaginare un presente e un futuro politico a dispetto della globalizzazione digitale è opera ardua e destinata ad insuccesso.  Ma certamente si sta facendo strada l’idea che anche la mondializzazione digitale abbia specchi e spettri di applicazione nazionale regolamentati localmente, per mitigare il volto della globalizzazione e restituire una parvenza di sovranità regolatoria ai processi planetari uniformanti. E il primo atto che probabilmente verrà adottatto da ogni singolo Stato sarà la “nazionalizzazione” dei dati personali dei propri cittadini per sottrarli al commercio digitale globalizzato. Alcuni paesi hanno scelto questa strada fin dall’inizio: è il  caso della Federazione Russa che impedisce per legge la manipolazione di qualsiasi dato di qualunque cittadino russo, se questa stessa attività non viene svolta da società di diritto russo, con software russi e server ubicati nel territorio della Federazione.

La reazione nazionalistica dei paesi europei mostrata nell’emergenza coronavirus potrà aprire presto la porta per la rivisitazione anche della  rinazionalizzazione dei dati digitali comuni europei.

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