SPECIALE CORONAVIRUS

Boris Johnson: o la Borsa o la vita

Man mano che il contagio si espande, le reazioni dei diversi paesi passano attraverso differenti gradi di sviluppo

Mentre il contagio da coronavirus si espande in tutto il mondo con modalità simili a quelle dei paesi dove l’infezione è comparsa per prima, le reazioni dei diversi paesi passano attraverso differenti gradi di sviluppo.

Per chi sia familiare con le dinamiche di reazione degli individui nei confronti del cambiamento, il pattern è immediatamente riconoscibile. Tutti i paesi attraversano una fase di negazione, semplicemente perché ci è sgradito uscire dai nostri normali modelli comportamentali ed abitudini di vita. La seconda fase è normalmente quella della reazione rabbiosa, in cui gli individui, pur avendo sviluppato una iniziale consapevolezza di quanto sta accadendo, reagiscono tentando di combattere il cambiamento e di rimanere all’interno della propria zona di comfort. La terza fase è quella della depressione, in cui per un periodo più o meno lungo ci si abbandona a reazioni di accettazione passiva. La quarta è quella della reazione, in cui, preso atto dell’ineluttabilità del cambiamento e della sua permanenza, ci si attrezza per fare in modo da riadattarsi al nuovo modello di vita e di comportamento.

Naturalmente la lunghezza delle diverse fasi di cui sopra è strettamente individuale, anche se è possibile riconoscere tracce della stessa in tutte le persone coinvolte. I cittadini normali le attraversano chiaramente tutte, mentre i professionisti dell’emergenza sono normalmente portati, una volta che sia passata la fase di primissimo smarrimento, a reagire in maniera pronta e con forza alla situazione, affrontandola da un punto di vista razionale.

Coerentemente a quanto gli studi sulla psicologia delle folle di Le Bon e Sorel ci hanno insegnato già nei primi anni dello scorso secolo, i diversi paesi coinvolti in questa pandemia stanno reagendo in maniera differente ed in dipendenza da quale sia lo stato di espansione del numero di contagiati e di morti in cui si trovano. Su questo si innesta in maniera potente il modo di pensare nazionale, e la modalità è la velocità con cui diversi paesi si adattano alla situazione riflette interamente il portato di tanti secoli di storia.

L’Italia, paese ampiamente laicizzato, ma che comunque conserva all’interno del proprio sentire i semi di secoli di cultura cattolica, ha messo al primo posto tra le sue priorità la vita umana. Passato il primo momento di incredulità, di rifiuto, e di ribellismo; ed una volta che la situazione è diventata chiara, non c’è stato alcun dubbio su come reagire. L’obiettivo è quello di salvare quante più persone sia possibile dalla pandemia in corso. Gli splendidi medici ed infermieri italiani stanno lavorando molto al di là del proprio stretto dovere per fare in modo che i danni umani che il paese dovrà sopportare siano ridotti al minimo. Anche nei discorsi dei governanti le considerazioni di tipo economico hanno avuto spazio piuttosto ridotto.

Altri paesi come la Germania, con il culto della precisione, della perfezione, e della proiezione di questa immagine verso l’esterno, hanno eletto la negazione di quanto sta accadendo a sistema di governo. È infatti evidente anche all’osservatore più distratto come i numeri di contagiati e di morti, e soprattutto il loro rapporto, siano evidentemente alterati.

La Spagna, paese con tradizioni culturali simili a quelle italiane, ha attraversato fino a queste ultime ore un momento di negazione, ma non abbiamo alcun dubbio sul fatto che anch’essa, una volta realizzata la portata e l’importanza dell’emergenza, metterà al primo posto la priorità di salvare quante più vite umane sia possibile.

A costituire un unicum nel panorama delle reazioni internazionali alla pandemia in corso, la Gran Bretagna ha fornito nelle ultime ore un esempio di quali siano i suoi valori umani e culturali, specie dopo la Brexit. Il paese di “lo spettacolo deve andare avanti”, del mercantilismo sfrenato, l’erede di quella nazione che ha riempito le pagine di Charles Dickens di storie sullo sfruttamento della vita umana a fini economici, ha espresso per bocca del proprio Primo Ministro una posizione di assoluta insensibilità. La percezione passata Oltremanica è quella di un paese per il quale la vita umana nei confronti dell’economia ha un valore scarso o trascurabile. Le parole di Boris Johnson non potevano essere più esplicite: la scelta inglese è quella di non fermare le attività economiche di alcun tipo, e di chiedere ai cittadini di mettere in conto la perdita dei propri cari. Quanto questo possa essere accettabile da parte di chi vive in una cultura come quella italiana, è immediatamente comprensibile. Personalmente considero mostruoso che un capo di governo possa mostrare una così evidente trascuratezza nei confronti delle vite dei cittadini di cui è responsabile. O meglio, di cui sarebbe responsabile, se non prevalesse nella sua mentalità la focalizzazione sugli affari e sul denaro.

In questo momento, vanno tuttavia fatte delle riflessioni di ordine pratico, che inevitabilmente avranno un riflesso proprio nei confronti di chi in questo momento si preoccupa più dell’economia, che dei propri cittadini.

È infatti evidente come l’epidemia in Inghilterra sarà lasciata infuriare liberamente fino a quando un governo più illuminato non deciderà di prendere le stesse misure di responsabilità sociale che altri paesi hanno già adottato. È inoltre evidente che questi ultimi dovranno adattare il proprio regime di scambio umano ed economico con il Regno Unito in maniera proporzionale a quelle che sono state le decisioni prese in queste ore. Non è possibile infatti per l’Italia, così come per qualunque altro paese che stia volutamente rallentando la propria economia al fine di contenere la pandemia, continuare ad avere con la Gran Bretagna lo stesso regime di scambio, con il rischio che da quel paese possano provenire individui e merci che trasmettano nuovamente il contagio una volta che lo stesso sia stato fermato nel paese di destinazione.

Per concludere, ci auguriamo fortemente che tali limitazioni siano adottate in maniera seria ed immediata da parte di tutti i paesi della Comunità Europea, e che magari il contraccolpo sull’economia locale possa insegnare ai governanti irresponsabili come le società siano fatte di persone e non di bilanci economici.

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