SPECIALE CORONAVIRUS

Lavoro agile? Solo per chi ha smaltito le ferie arretrate

Se la sicurezza della salute dei cittadini, in una situazione di emergenza nazionale, parte dal rispetto di semplici misure di prevenzione, chi può permettersi il lusso di dire “no”?
Lo stesso Presidente della Repubblica ha diffuso un messaggio per chiedere ad ogni italiano di fare la sua parte nella lotta al Coronavirus, invitando al rispetto delle regole.
Tra le varie misure di prevenzione, lo smart working rappresenta sicuramente uno strumento efficace per limitare il contagio, oltre che un’opportunità per conciliare il lavoro con le esigenze della famiglia e, soprattutto, con le esigenze delle lavoratrici madri.
Il D.P.C.M. 1 marzo 2020, ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, adottando misure di contrasto e contenimento alla diffusione del virus, ha incentivato il lavoro agile, stabilendo che possa essere applicato, per la durata dello stato di emergenza, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza degli accordi individuali.
L’importanza di questo strumento è stata evidenziata anche dal Ministro per la Pubblica Amministrazione che, con circolare n. 1 del 4 marzo 2020, ha invitato le amministrazioni pubbliche a incentivare il lavoro agile, precisando che i dipendenti che si rendono disponibili, possono anche utilizzare propri dispositivi come pc o tablet.
Insomma, siamo tutti chiamati a compiere alcuni piccoli sacrifici, rinviando qualche abbraccio o riorganizzando il lavoro in azienda. C’è, però, qualcuno che ha pensato bene di “fare la sua parte” concedendo ai dipendenti le ferie pregresse.
E’ il caso di Invitalia S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia, che, tra i provvedimenti conseguenti alla diffusione del Covid 19/3 e alla chiusura delle scuole, “si è resa disponibile” a far smaltire le ferie arretrate e solo dopo averle smaltite, a concedere il lavoro agile. Non solo. Ulteriore condizione, che il lavoratore che lo richieda sia l’unico soggetto del nucleo famigliare a potersi occupare del figlio. E solo se il figlio abbia un’età non inferiore ai sei anni e non superiore ai quattordici. E se il figlio ha più di quattordici anni? Semplice, Invitalia non concede lo smart working, perché il ragazzino di quattordici anni si presume autosufficiente e capace di gestirsi autonomamente.

Tutto chiaro, no? E soprattutto, agile…

Insomma, uno strumento che dovrebbe non solo dare soddisfazione ai lavoratori e alle aziende private pubbliche, ma rappresentare una misura di contenimento della diffusione del tanto temuto virus, evidentemente, non sempre viene interpretato nel modo giusto.

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