VIDEOSORVEGLIANZA & INTERCETTAZIONE

Riconoscimento facciale, verso un sistema comune europeo

La cooperazione di polizia giudiziaria in materia penale ha costituito il terzo pilastro dell’Unione Europea, istituita con il Trattato di Maastricht del 1992 e abolita con l’adozione del Trattato di Lisbona nel 2007, che ha previsto la “comunitarizzazione” della GAI.

Fino ad oggi, nello spazio europeo la polizia ha fatto ricorso costante al sistema Prüm che da quindici anni ha implementato la cooperazione tra i paesi membri, collegando le banche dati sul DNA, le impronte digitali e le immatricolazioni dei veicoli, per favorire lo scambio di informazioni su sospettati, falsificazione di documenti, veicoli rubati, etc.

Secondo uno studio sull’utilizzo da parte delle forze di polizia in Europa delle tecnologie di riconoscimento facciale, pubblicato dall’ong tedesca AlgorithmWatch, in 10 paesi l’intelligenza artificiale è già in uso mentre in altri 5 paesi vi è la volontà dei governi di adottarla presto. Si distinguono dagli altri solo Spagna e Belgio, nei quali non è al momento consentita.

I campi d’applicazione del riconoscimento facciale sono i più disparati.

In Finlandia per il controllo passaporti negli aeroporti, ma presto sarà integrato col database della polizia per un confronto con chi ha precedenti giudiziari; in Estonia dal 2022 sarà disponibile un unico database centralizzato per più enti governativi; in Austria il riconoscimento facciale è già in uso nelle investigazioni; anche in Germania per le indagini, inoltre prossimamente verrà testato, con due progetti pilota, per l’utilizzo in tempo reale.

In Francia ne è vietato l’uso in spazi pubblici senza l’autorizzazione di un giudice ma, ove questa sia presente, la polizia ha la possibilità di confrontare in tempo reale i frame delle videocamere di sorveglianza con un database di oltre 8 milioni di cittadini. In Danimarca è utilizzato negli stadi per verificare l’eventuale presenza di tifosi daspati. In Italia le forze di polizia hanno adottato il sistema Sari che fornisce in tempo reale il riconoscimento dei soggetti attraverso delle telecamere.

Alcuni giorni or sono la rivista online The Intercept, balzata alle cronache per essere stata la piattaforma di informazione dei documenti pubblicati da Edward Snowden sui programmi di sorveglianza di massa ad opera della National Security Agency statunitense, ha pubblicato un rapporto redatto dalle forze di polizia di alcuni paesi dell’UE, ed in particolare l’Austria, in cui illustra il progetto per una rete paneuropea di banche dati di riconoscimento facciale.

Un sistema che supererebbe il Visa Waiver Program e che preveda poi una serie di accordi bilaterali tra gli Stati con gli USA così da consentire alle agenzie statunitensi ed europee di accedere alle rispettive banche dati di impronte digitali e di DNA, verso un massiccio consolidamento transatlantico dei dati biometrici.

La base da cui partire sarebbe quella dell’unione delle banche dati in materia di sicurezza e immigrazione, che attualmente conta informazioni personali di oltre 300 milioni di cittadini extracomunitari

Emergono studi già commissionati dall’organo esecutivo dell’UE, per ipotizzare possibili modifiche del sistema Prüm, attualmente in vigore, e mappare lo stato di fatto dei sistemi di riconoscimento facciale utilizzati nelle indagini penali in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

La preoccupazione condivisa da tutti i soggetti sensibili alle tematiche della privacy e delle garanzie difensive è che, piuttosto che in un’ottica di favor rei, alcuni paesi dell’UE si orientino verso governi più autoritari, rischiando di sfociare in una sorveglianza pervasiva, ingiustificata o illegale.

Non mancano poi i pericoli di una diffusione a catena: laddove vi sia un accordo di condivisione delle informazioni con l’FBI o il Department of Homeland Security, che spesso operano all’interno di centri interforze, con il rischio che le informazioni possano essere condivise tra le varie agenzie statunitensi. Le pressioni americane sulle istituzioni europee, volte a favorire un sistema unico di condivisione, emergono fin dal 2004.

Secondo il direttore dell’advocacy di Privacy International, “Senza la trasparenza e le salvaguardie legali affinché la tecnologia di riconoscimento facciale sia legale, ci dovrebbe essere una moratoria su di essa”.

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