SPECIALE CORONAVIRUS

Dopo il Coronavirus, come curare l’infezione mediatica?

 “Il mezzo è il messaggio”, diceva Herbert Marshall McLuhan, intendendo dire che il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata.

Potrebbe però avere un senso ulteriore, del tutto diverso: la connotazione emotiva, l’accento allarmistico, la nuance di paura che si collocano ad arte su un discorso in falsa coscienza descritto come “cronaca”, sono il vero messaggio che arriva al destinatario: “abbiate paura”. Un messaggio che colpisce molto di più del dato di cronaca. 

Il Coronavirus, quando sarà passata l’epidemia in corso, avrà mietuto forse le stesse vittime di un’influenza stagionale, se si continueranno le misure preventive e contenitive già in atto. Fine della notizia. Ma è il pregiudizio creato e poi risultato irrevocabile, che potrà fare male per decenni. Il male colpisce la memoria a lungo termine più del bene, che, al contrario presto si dissolve. Vi sembra esagerato? Facciamo un passo indietro.

Il caso Jenni­nger è rimasto un classico da “manuale di giornalismo”, su come la tendenza di non ritorno emozionale della notizia possa essere duraturo e malefico.

Philippe Jenninger, presidente del Parlamento della Germania Federale, fu costretto a dimettersi nel no­vembre del 1988, e a vedere per sempre stroncata la sua carriera politica, per un discorso incentrato sul ricordo della storica vicenda della “notte dei cristalli”, sebbene il tono fosse inequivocabilmente di condanna e ripudio del nazismo. L’innocente colpa di Jenninger fu quella di essere stato intempestivamente evocativo su alcuni punti del passato, come la citazione nel suo discorso di una contingenza storica ovvia: “ Ma chi poteva mettere in dubbio che nel 1938 dietro di lui (Hitler n.d.s) ci fosse una grande maggioranza di tedeschi che si identificavano con lui e la sua politica?” Tale orazione, che costò a Jenninger l’accusa di apologia del nazismo, suscitò on­date di sdegno, che sfiorarono il delirio. Tali reazioni furono assolutamente dissociate ed incongrue alla luce dei contenuti effet­tivi del discorso di Jenninger. In seguito furono incolpati i media per l’immagine distorta che diffusero. Questo aspetto è indubitabile, ma è l’unico?  

Due elementi non tornano:

1) la stessa erronea impressione era nata sincronicamente in giornalisti di diverse testate (alcuni dei quali  fecero poi ampia ammenda, mentre da Jenninger non furono accettate scuse). 

Questo aspetto può essere oggi spiegato dalla paura irrazionale del popolo tedesco che in quella contingenza storica aveva una pulsione collettiva: doveva scaricare con rabbia tutta la sua presa di distanze dal nazismo, ed era necessario solo un capro espiatorio per poterla esprimere che fu trovato in Jenninger. I possibili spettri del nazismo riaffiorarono con tutta la loro forza evocativa per la riunificazione della Germania

2) il meccanismo di non ritorno emozionale nel pubblico che, di fronte all’accertabilissimo errore interpretativo, mantenne un atteggiamento di ostinato e persistente risentimento verso Jenninger. Su questo secondo punto leggiamo il brillante commento di Mario Pirani:

“La devastazione che l’informazione-spettacolo comporta va (…) individuata soprattutto nelle conseguenze a valanga che provoca nell’opinione pubblica: la ‘noti­zia’ costruita e caricata di valori simbolici, suscita, in­fatti, forti emozioni immediate e, diffusa in tempo reale, determina convincimenti basati su pulsioni assai difficilmente riconducibili ad un‘analisi fredda e razio­nale della realtà. In questo contesto le rettifiche, le smentite, le precisazioni non riescono quasi mai a risa­lire la china e ad illuminare le coscienze, che restano prigioniere della ‘scossa emozionale’ derivante dal primo impatto, assai più incisivo di ogni articolata e necessariamente complessa rivisitazione dell’evento” (M. Pirani 1989).

Si può francamente attribuire tutte le colpe ai media? No. In questo caso c’era la paura irrazionale di essere percepiti come nazisti nella popolazione tedesca durante la riunificazione delle due Germanie. 

Queste dinamiche collettive sono irrecuperabili, perché toccano paure e bisogni irrazionali delle masse, che per effetto della globalizzazione possono essere incredibilmente vaste. Una volta formata un’ondata di convincimento emotivo, si forma un pregiudizio, un marchio che può richiedere tempi lunghi (o lunghissimi) per essere obliato. L’idea dell’Italia pericolosa perché untrice di malattie mortali, potrebbe marchiarci per molto tempo senza poter tornare indietro, poiché ha un movente collettivo internazionale: allontanare con rabbia ostile la “maledizione dei contagiatori”.

Quando l’epidemia del Coronavirus sarà terminata, quanto durerà il possibile marchio di “inaffidabilità” del nostro Bel Paese?

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