AFFARI & FINANZA

Criptoderivati, quel che il Milanese imbruttito non dice

Il link sulla lezione di educazione finanziaria del Milanese Imbruttito per spiegare le criptovalute è comparso sul sito del Sole 24 ore a metà dello scorso mese di febbraio, totalizzando in neanche 15 giorni quasi mezzo milione di visualizzazioni. Protagonisti, i due comprimari del Milanese Imbruttito, il figlio dell’imprenditore, ossia il “Nano” e il “Giargiana”, eterno stagista, operativo nell’azienda del signor Imbruttito e sempre al di sotto delle aspettative. Ovviamente quest’ultimo, anche questa volta, non si è smentito quando, pur avendo dimostrato di conoscere il funzionamento delle criptovalute, afferma di aver investito tutti i suoi soldi in bitcoin, “perché sono il futuro e non potranno fare altro che aumentare…”. 

Nel video, il “Professor Nano” lo bacchetta subito per aver fatto l’ennesima cosa sbagliata, in ragione dell’estrema volatilità della valuta, ma… i rischi sono solo quelli?

Ovviamente no. La riprova la fornisce la Financial Conduct Authority inglese (meglio conosciuta con il suo acronimo FCA), che ha diffuso dei veri e propri warning per i consumatori che intendano avvicinarsi al mercato delle criptovalute.  Per chi non la conoscesse, la Financial Conduct Authority è l’organo di regolamentazione finanziaria nel Regno Unito che opera, indipendente dal governo, regolando le società finanziarie che forniscono servizi ai consumatori e mantenendo l’integrità dei mercati finanziari. 

In materia di criptovalute, ha posto un particolare alert, aggiornato lo scorso mese di luglio, sui CFD (Contracts For Difference) ossia sui c.d. cripto- derivati.  I CFD sono strumenti finanziari complessi che consentono di speculare sul prezzo di un’attività.  Sono spesso offerti attraverso piattaforme online e fondamentalmente consentono agli investitori di guadagnare sulla variazione del prezzo di una criptovaluta, spesso utilizzandoli come leva finanziaria. Tale leva finanziaria consiste nella possibilità di acquistare o vendere attività finanziarie per un ammontare superiore al capitale posseduto e, conseguentemente, di beneficiare di un rendimento potenziale maggiore rispetto a quello derivante da un investimento diretto nel sottostante o, di converso, di esporsi al rischio di perdite molto significative. 

Ciò dunque significa che si tratta di prodotti finanziari estremamente rischiosi, che possono comportare guadagni ma anche la perdita di molto denaro, rapidamente, anche in ragione della richiamata volatilità. Ma, quale conoscenza può avere il normale consumatore delle ragioni sottostanti l’evolversi del mercato in criptovalute? Nessuna ovviamente. E quindi su cosa baserà la propria scelta? Sul solo azzardo?

I rischi di questo strumento finanziario, oltre alla volatilità (che FCA ricorda essere stata pari anche al 30% del valore in un solo giorno), risiedono anche nel cennato effetto di leva finanziaria (dato che alcune aziende offrono strumenti finanziari anche con un rapporto di 50 a 1 facendo correre rischi di perdita elevatissimi), nelle commissioni e nei costi di finanziamento (significativamente superiori rispetto ad altri prodotti CFD) e sulla trasparenza dei prezzi (poiché vi è un rischio maggiore di non ricevere un prezzo equo e preciso per la criptovaluta sottostante durante il trading). 

Ne deriva che i consumatori dovrebbero acquistare questi strumenti solo se sono investitori esperti con una conoscenza profonda dei mercati finanziari e se hanno compreso appieno i rischi associati ai CFD e alle criptovalute. 

Certo, nel Regno Unito, la FCA ha regolato i CFD e quindi le aziende che offrono tali strumenti finanziari devono essere autorizzate e supervisionate dall’Authority stessa, mentre i consumatori possono accede ai Financial Compensation Scheme (gli FSCS sono un sistema di indennizzo degli investitori per i clienti delle società autorizzate). Ciononostante i CFD su criptovaluta possono essere offerti anche da società stabilite e autorizzate nello Spazio economico europeo (SEE); per tale ragione laddove si facesse trading con una società sedente in un’altra giurisdizione SEE, la competenza sull’eventuale vertenza risiederebbe in tale giurisdizione. 

Ma, al di là delle perdite sugli investimenti, avvengono anche truffe su questo tipo di titoli. Come? Di norma i truffatori di criptovalute iniziano facendo pubblicità sui social media per promuovere investimenti “spesso utilizzando le immagini di celebrità o persone famose per promuovere gli investimenti stessi”.  Gli annunci si collegano quindi a siti web dall’aspetto professionale dove i consumatori vengono persuasi a fare itrading con l’azienda utilizzando criptovalute o valute tradizionali.  Le aziende che gestiscono le truffe hanno generalmente sede al di fuori del Regno Unito, ma di norma affermano di avere anche un’ufficio di rappresentanza nel Regno Unito, spesso in un prestigioso indirizzo della City di Londra.  Le società che pongono in essere tali truffe possono quindi manipolare il software per distorcere i prezzi e i rendimenti degli investimenti.  Possono anche  truffare le persone facendo risultare l’acquisto di criptoasset inesistenti. Nei casi meno complessi chiudono improvvisamente gli account online dei consumatori e si rifiutano di ri-trasferire loro i fondi. 

La prima difesa, in questi casi, poiché nel Regno Unito un’azienda deve essere autorizzata dall’Authority per pubblicizzare o vendere questo tipo di prodotti consiste nel controllare sempre il registro pubblico per assicurarsi che sia autorizzata. Per migliorare la ricerca è anche possibile consultare l’elenco degli avvisi delle aziende da evitare sempre messo a disposizione dalla FCA. E’ opportuno anche fare ulteriori ricerche sul prodotto del quale si considera l’acquisto e sull’azienda con cui si vuole investire.  Successivamente occorre verificare con la Companies House che l’impresa sia registrata come società britannica. Da ultimo si può verificare se sulla Rete siano presenti lamentele sull’operato della società che gestisce il trading e …magari farsi assistere da un trader di fiducia.

Ma tutto questo il “Professor Nano” non l’ha detto…

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