STRATEGIE

Il grano di Aleppo e le consultazioni NATO per la Siria

All’indomani dell’uccisione di numerosi soldati turchi a Idlib, nell’area nord-ovest della Siria, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha convocato il Consiglio del Nord Atlantico su specifica richiesta della Turchia di avviare consultazioni sulla situazione, ai sensi dell’articolo 4 del Trattato di Washington.

In base a tale articolo, ogni alleato può richiedere consultazioni ogni volta che, a giudizio di uno di essi, ritenga sussistere una minaccia alla propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza.

Nel comunicato stampa che ne è seguito, si legge che gli alleati hanno condannato gli attacchi aerei indiscriminati da parte del regime siriano e della Russia nel distretto di Idlib e invitano quei governi a fermare l’offensiva e a rispettare il diritto internazionale nel quadro degli sforzi delle nazioni Unite per trovare una soluzione pacifica. La dichiarazione finale continua esprimendo preoccupazione per la terribile situazione che potrebbe crearsi e vicinanza alla Turchia, che è il paese Nato più colpito dal conflitto in Siria e che ha subito più attacchi terroristici. Conclude, infine, ringraziando per il flusso di informazioni regolarmente fornito da Ankara e garantendo l’impegno della NATO a seguire da vicino gli sviluppi della crisi.

Nulla di più, per fortuna, rispetto alle richieste turche che avrebbero voluto un aiuto più deciso. Anche per la forte posizione della Grecia che ha minacciato di porre il veto su una dichiarazione di maggior sostegno che l’Alleanza si preparava ad annunciare ad Ankara, ed ha ottenuto che sul testo fosse fatto riferimento al rispetto della dichiarazione UE-Turchia sui rifugiati e migranti del marzo 2016.

D’altronde non esistono i presupposti per un maggior coinvolgimento della NATO, in quanto la Turchia è presente nell’area in autonomia con preponderanti unità corazzate e di fanteria, incurante di tutte le raccomandazioni della comunità internazionale, già espresse quando l’armata turca aveva sconfinato per neutralizzare i curdi.

Perchè Erdogan rafforza allora il suo interesse al confine sud, sino ad  appoggiare i ribelli siriani tra cui si annidano altresì forze jidaiste, mettendo a rischio le proprie unità?

Per il premier turco asseritamente quella zona è fondamentale per la gestione dei profughi. La riconquista dell’intera provincia da parte di Assad comporterebbe la necessità di protezione per più di un milione di persone che, se rimanessero sotto il regime, non avrebbero vita facile e costituirebbero, pertanto, motivo di destabilizzazione per il governo turco già alle prese con più di due milioni di profughi siriani.

Ma vi è un’altra ragione assai rilevante per la Turchia e anche per gli Stati Uniti. Proprio nella regione agricola di Aleppo esiste un tipo di grano con caratteristiche di sopravvivenza sviluppate in migliaia di anni di condizioni mutevoli e di patogeni in evoluzione.

L’altissima qualità del particolarissimo tipo di grano ha fatto istituire, a pochi chilometri da Aleppo, una delle più importanti banche di semi del mondo gestita da un centro legato all’ONU, l’ICARDA, specializzato nella conservazioni di sementi in aree calde e secche.    

Lo straordinario patrimonio poteva essere distrutto in quanto l’area in questione  era una roccaforte dei ribelli fino al 2016, ma uno dei comandanti era lui stesso un agricoltore e capiva l’importanza della banca dei semi. Scienziati del centro e i ribelli raggiunsero così un accordo: i ribelli proteggevano la banca del seme e in cambio gli scienziati fornivano ai ribelli cibo proveniente dai campi sperimentali del centro. L’intesa è durata fino alla primavera del 2016, quando l’esercito del presidente siriano Bashar al-Assad ha iniziato a bombardare Aleppo e le città circostanti.

Per i turchi salvare il prezioso patrimonio genetico è molto importante e si ritiene che possa costituire un’ulteriore ragione del grande interesse per l’area da avere sotto controllo anche per l’operazione di ingegneria genetica che mirerebbe a far sostituire la popolazione curda con i profughi della grande provincia di Idlib, una  volta tornata sotto il controllo di Assad.

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