SPECIALE CORONAVIRUS

Coronavirus, la Cina sta imbavagliando l’informazione?

L’evoluzione del nuovo CoronaVirus (nCOV-19) è preoccupante. Lo dice anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo l’esplosione di oltre 200 casi in Italia, anche gli altri paesi dell’Unione Europea si stanno preparando ad adottare misure di prevenzione e contenimento come risposta all’innalzamento del livello di rischio insorgenza di focolai simili, da basso a moderato-alto, da parte del centro europeo per il controllo delle malattie. Stella Kyriakides, commissaria Ue alla Salute, ha chiarito che le autorità italiane stanno agendo con trasparenza e rapidità e sta intrattenendo in prima persona regolari contatti col suo omologo italiano, Roberto Speranza.

In effetti, tutti i principali attori in tema di protezione della salute pubblica hanno messo in chiaro che l’informazione è la chiave per bloccare la diffusione del virus nCOV-19.

Questa visione, che può definirsi globalmente accettata, sembra essere paradossalmente ostacolata dalla Cina. Si accumulano infatti testimonianze su come il governo cinese si mostri particolarmente attivo sul fronte della repressione dell’informazione. Non si è infatti limitato a far arrestare l’ormai notissimo dottor Li Wenliang, ora deceduto, che per primo, già lo scorso dicembre, aveva segnalato l’emergere di un virus simile alla Sars. Dal canto suo, il cittadino cinese Fang Bin ha visto la polizia fare irruzione nel suo appartamento di Wuhan per arrestarlo. Bin, ritenuto colpevole di atti contro il Partito, aveva tentato di mostrare al mondo la situazione di Wuhan con diversi video diventati virali sui social media. Oltre ai video di sfogo per la morte del dottor Li Wenliang, è diventato celebre il filmato in cui viene mostrato un ammasso di cadaveri pronti per il forno crematorio.

Ancor più eclatante è il caso di Joshua Left (nome di fantasia scelto a tutela della sua reale identità), un imprenditore di 28 anni residente a Wuhan, recatosi a metà gennaio a San Francisco per godersi qualche giorno di vacanza. Allarmato dai report sulla situazione cinese, e preoccupato che tali notizie potessero non essere a disposizione dei suoi familiari e amici a Wuhan, aveva inviato messaggi tramite l’app WeChat condividendo le informazioni di cui era in possesso.

Dopo aver ricevuto diversi avvertimenti da parte degli amministratori di WeChat, Joshua si è visto recapitare messaggi da parte di suoi amici che chiedevano dove si trovasse (in quale hotel e in quale stanza), e quale fosse il suo numero di telefono degli USA. Non avendo dato risposta a tali richieste, dopo un po’ ha ricevuto un avviso relativo a un tentativo di accesso nel suo account dalla città di Shangai. Oltre a ciò, ha ricevuto un messaggio identico da parte di tutti i suoi contatti che gli chiedevano di fare immediato ritorno in Cina.

Joshua ritiene che i suoi amici siano stati arrestati e costretti a inviare quei messaggi, tuttavia è probabile che tutti questi episodi siano stati frutto di hackeraggio degli account degli amici. Non ci sarebbe da sorprendersi: la Cina infatti possiede il controllo totale delle reti di telecomunicazioni e non si limita ad esercitare la sua influenza sulla app WeChat.

Molti avranno già sentito parlare del Great Firewall, ovvero dello strumento di censura e di sorveglianza che blocca dati potenzialmente sfavorevoli in entrata provenienti dai paesi stranieri, gestito dal Ministero di pubblica sicurezza della Repubblica popolare cinese. Grazie a questo strumento, la Cina riesce a oscurare siti come Twitter, che molti cittadini cinesi raggiungono ugualmente facendo uso delle virtual private network (VPN). Uno di questi è Jang Ming, residente a Dongguan, città sul delta del Fiume delle Perle. Dopo aver pubblicato un tweet contro la gestione dell’emergenza da parte del governo, ha ricevuto una telefonata dal ministero degli Interni ed è stato successivamente arrestato.

Fortunatamente, il movimento del giornalismo d’inchiesta in Cina sta crescendo, in barba alle pesanti limitazioni del governo, per cui si stanno moltiplicando le voci di critica contro l’atteggiamento adottato dalla Repubblica popolare in tema di informazione sul nCOV-19. Addirittura gli analisti dell’Istituto per la Politica Strategica australiano, che stanno seguendo i social media cinesi, sottolineano come nelle ultime settimane il governo sembra aver cambiato strategia in tema di censura per ottenere maggiore consapevolezza della scala dell’epidemia, che ancora non appare in grado di quantificare.

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