SPECIALE CORONAVIRUS

CORONAVIRUS: nella Cina Hi-Tech appaiono gli striscioni in strada

Al netto delle comprensibili preoccupazioni per la pandemia, ritengo di plaudire a chi – come la straordinaria virologa Ilaria Capua ancora oggi durante “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata – chiede di fermare la spirale vorticosa dell’inutile e dannoso allarmismo.

Ho letto che il Coronavirus è meno pericoloso della SARS e – al pari di tanti altri quisque de populo come il sottoscritto – mi sono chiesto perché all’epoca non ci fu il clamore che invece oggi rimbomba in ogni dove ed amplifica iniziative e provvedimenti istituzionali e non.

Quasi a far seguito a quel che ho scritto qui nel mio “Il calamaio alla griglia”, ho capito che la colpa è di WhatsApp.

Il sistema di messaggistica istantanea di uso comune è tra i mezzi che hanno maggiormente contribuito a far crescere la tensione. Ai tempi della SARS (correva l’anno 2003) non c’era, perché ha cominciato ad annidarsi nei nostri telefonini nel 2009.

Ognuno – nessuno escluso – ha sentito il dovere di informare parenti e amici ogni qual volta venisse in possesso di un dato, di una notizia, di un link, di un manuale di difesa, di un annuncio e di qualunque altra cosa potesse mai esser veicolata attraverso la comunicazione digitale.

Ho voluto silenziare il mio smartphone e provare il brivido di catapultarmi in un’epoca meno “connessa”.

Credo sia importante capire cosa sta succedendo nelle zone rurali della Repubblica Popolare cinese, lontano dalle futuribili megalopoli nella terra che fu del Gran Khan, a migliaia di chilometri di distanza dai gangli telematici dei colossi locali come Hauwei e ZTE, là dove ancora la comunicazione è “diretta”.

E’ stata l’occasione per vedere come il Governo di Pechino ancora utilizza mezzi semplici e tradizionali per il tramite dei propri funzionari territoriali. Ho trovato una simpatica pagina web sul magazine digitale SupChina e mi si è aperto un universo inaspettato. Come in Blade Runner “ho visto cose che voi umani (occidentali, nda) non potete immaginare”, vedendo gli striscioni rossi con slogan aggressivi che erano particolarmente di moda ai tempi di Mao.

Nelle aree rurali cinesi – alla faccia della multimedialità – ancora si confida negli slogan o biāoyǔ (标语).

Una immersione nella realtà forse ha il valore di un taumaturgico bagno di buonsenso.

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