SPECIALE CORONAVIRUS

Bandiera gialla: la vita ai tempi del coronavirus

È ufficiale: il popolo italiano si è appena trasformato in sessanta milioni di virologi ed epidemiologi. Lo ha statuito senza ombra di dubbio il picco esponenziale di commenti e di conversazioni online che in questi ultimi giorni ha invaso l’aere aprico di questo anomalo febbraio con le mimose già fiorite, nonché le bacheche online di tutti noi. Non si parla d’altro, del virus, di Wuhan, dei sintomi, della diffusione della malattia e di tutto quanto vi ruota intorno. Ed ovviamente, tutti siamo pronti a tirare fuori il fratello, il cugino, l’amico dell’amico che hanno un amico il quale ha un amico che sta in Cina, e che può fornire notizie di prima mano. Inevitabilmente disastrose.

Nelle chat Whatsapp e sulle bacheche di Facebook circolano ormai da alcuni giorni le foto di un vecchio libro di Dean Koontz, scrittore americano di fantascienza ed horror, che nel 1981 avrebbe previsto quanto sta succedendo in questi giorni con grande precisione. Dovendo proprio fare dei riferimenti narrativo-letterari, personalmente preferisco il caro vecchio “The stand” (in italiano “L’ombra dello scorpione”) di Stephen King – se dobbiamo aver paura dello sterminio dell’umanità, meglio affidarsi al Re dei Re. E se non vi solleticano né Koontz né King, allora c’è sempre “La maschera della Morte Rossa” di Edgar Allan Poe a tenerci svegli e vigili.

La cosa è diventata talmente mainstream che nel corso della partita di calcio Brescia-Napoli dalla curva lombarda i soliti molti più che quattro idioti hanno intonato “napoletano coronavirus” – paradossalmente proprio mentre in Lombardia scoppiava improvviso e prepotente il contagio, con interi paesi e decine di migliaia di persone messe in quarantena.

Coerentemente alla missione di questo magazine, tuttavia, è necessario provare a dare qualche elemento di scientificità al mare di chiacchiere, dicerie, fake news e più di qualche solenne cavolata che infesta il panorama dell’informazione.

Dobbiamo domandarci: cosa sappiamo effettivamente di questo virus? Ogni giudizio che possiamo sviluppare rispetto a quanto sta succedendo deve infatti seguire i dati e la razionalità. A questo scopo, è stata sviluppata a cura della Johns Hopkins University – una delle massime istituzioni di ricerca medica a livello mondiale – una dashboard in tempo reale che tiene traccia di tutti i casi del coronavirus COVID-19 a livello mondiale, con il relativo outcome – vale a dire qual è stato l’esito della patologia, guarigione o morte. Può essere ritrovato a questo indirizzo:

https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6

Il parametro che si deve valutare per determinare la pericolosità reale di una patologia infettiva è il numero di decessi sul numero dei contagiati. Al di fuori della Cina – per la quale qualche teorico del complottismo potrebbe supporre dati alterati – la situazione dei decessi/guariti per i primi paesi per numero di infettati è la seguente (dati al 22 febbraio 2020): a) Corea del Sud: infettati 433, decessi 2, guariti 16 (mortalità 0,4%); b) Giappone: infettati 122, decessi 1, guariti 22 (mortalità 0,8%); c) Singapore: infettati 85, decessi 2, guariti 6 (mortalità 2,3%, ma su un territorio molto piccolo, il che ne condiziona la rilevanza statistica); Thailandia: infettati 35, decessi 0, guariti 17 (mortalità 0%); Stati Uniti: infettati 35, decessi 0, guariti 5 (mortalità 0%) . Senza addentrarsi in dati di altri paesi, si può abbastanza serenamente dire che la mortalità di questo virus è relativamente bassa. Solo a titolo di esempio, la mortalità della SARS è stata del 9% (fonte: https://www.epicentro.iss.it/focus/sars/polm-atip5-6-2003). Inoltre, non più tardi di qualche giorno fa il direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR Giovanni Maga ha confermato che “I dati ci dicono che soltanto un numero limitato di persone può avere conseguenze anche letali, soprattutto se si tratta di persone anziane e/o con problemi di salute come malattie cardiovascolari pregresse. La mortalità più apparentemente elevata nella provincia di Hubei, e in particolare nella città di Wuhan, dipende probabilmente dalle difficoltà riscontrate soprattutto nelle prime fasi dell’epidemia a fornire un’assistenza puntuale e adeguata a tutti i casi che si presentavano. Si vede invece come nelle altre province, la gestione dei casi gravi ha consentito di abbassare il tasso di mortalità fino a livelli dello 0,1-0,3 per cento, confermando di nuovo che si tratta di una malattia infettiva in grado di dare conseguenze anche gravi ma in una fascia di persone ben definita e a cui invece l’assoluta maggioranza delle persone risponde senza andare incontro a gravi patologie e quindi risponde con la guarigione” (Fonte:

https://www.agi.it/salute/news/2020-02-18/coronavirus-virologo-letalit-7120484/?fbclid=IwAR37fQtYBAcM9tlcSH13cSRzUd9N1C66ij9DNiEMTMUKGZqtCDchVYPLGW4).

In buona sostanza, l’epidemia di coronavirus è certamente un problema di salute pubblica rilevante – la WHO la classifica come “grave o molto grave” – che merita la massima attenzione e vigilanza da parte delle autorità sanitarie, ed è opportuno prendere tutte le misure del caso per contenerla. Certamente la preoccupazione della pubblica opinione è comprensibile, ed il dolore dei parenti dei deceduti merita tutto il nostro rispetto. Tuttavia, allo stato i dati ci dicono che allo stato siamo ben lontani dal poter dire di essere in presenza dell’Armageddon.

L’attuale stato di preoccupazione generale a livello globale potrebbe persino avere un effetto positivo: far comprendere finalmente che la sanità pubblica non è e non può essere considerata un’impresa meramente economica, ma ne va valutata l’ineguagliabile funzione di presidio della salute di noi tutti, specie nelle emergenze come questa. Se a chiudere un ospedale o un istituto di ricerca, oppure a tagliare progressivamente i finanziamenti ai ricercatori che studiano le contromisure alla prossima epidemia basta un tratto di penna, non con lo stesso tratto di penna si riaprono le strutture o si formano scienziati. La protezione della salute pubblica è un’impresa che esula dagli slogan e dalle convenienze di breve termine e richiede invece prospettiva, seria programmazione ed impegno prolungato. Non implementare questo tipo di politica in tempi tranquilli potrebbe costare al mondo intero tragici dividendi in tempi meno felici.

Una doverosa chiosa finale in questo scenario che deve essere di vigile attenzione, ma senza isterismi. Le visite ad Hong Kong, Pechino e nello Shendong del vostro onesto cronista risalgono ormai ad anni fa, per cui certifico sotto la mia responsabilità che dalla lettura di questo articolo non rimarrete contagiati altro che da razionalità e curiosità intellettuale, nonché da un po’ di sano scetticismo e realismo.

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