GUERRA DELL'INFORMAZIONENEWSRETI & SISTEMI

Il Pentagono messo K.O. dagli hacker

Lo ha ammesso lo stesso Dipartimento della Difesa americano. I sistemi informatici gestiti e controllati dalla Defence Information Systems Agency (DISA, la sigla per gli addetti ai lavori) sono stati saccheggiati dai pirati digitali che si sono presi tutte le informazioni relative almeno a 200.000 persone.
L’Agenzia, che ha il ruolo di “pretoriano” a tutela delle comunicazioni militari e di quelle del Presidente degli Stati Uniti, è praticamente caduta sul campo in cui doveva garantire l’impermeabilità cibernetica e la funzionalità di reti e computer nelle zone di guerra.
Il cosiddetto “data breach”, ovvero la breccia virtuale del perimetro di protezione hi-tech, ha interessato gli archivi elettronici che ospitano informazioni della Casa Bianca, dei diplomatici statunitensi e delle truppe impegnati in scenari bellici in giro per il mondo.
Fonte della notizia è la lettera indirizzata dal DISA alle persone i cui dati sono stati depredati in un “incidente” che sarebbe avvenuto tra Maggio e Luglio 2019 e avrebbe determinato la compromissione dei sistemi informativi ad evidenti criticità.
Gli ottomila dipendenti dell’Agenzia, in cui lavorano sia militari sia civili, non sono bastati a salvaguardare la riservatezza dei dati e al momento non sono in grado di definire l’effettiva gravità dell’impatto dell’incursione.
Il tweet di un veterano, Andy Piazza, è certamente emblematico. Oltre a pubblicare la foto della missiva cartacea appena recapitatagli, ha scritto “Eccezionale! Ho ricevuto dal Pentagono un’altra lettera di furto di dati personali (PII, Personal Identifiable Information). E’ come a Pokemon Go dove bisogna catturarli tutti?”.
L’apparentemente ironico commento sui social è mirato a ricordare che il DISA non è alla prima brutta esperienza di questo genere. E’ almeno la seconda volta che il Pentagono – nell’arco di due anni – è costretto a constatare la breccia nei propri sistemi informatici.
Nell’ottobre del 2018 trentamila dipendenti in uniforme e “laici” avevano subito un analogo scippo di dati.
Dati personali riservati e numeri di carta di credito furono il bottino di un arrembaggio reso possibile da una serie di imprudenze compiute da una “terza parte”, ossia da un fornitore esterno, che permise l’agile free-climbing degli hacker che a quanto pare si intrufolarono in un varco del sistema che banalmente gestiva gli aspetti amministrativi di trasferte e missioni fuori sede.

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