AFFARI & FINANZA

Criptovalute: si aprono nuovi scenari per il loro mercato?

Nella mattinata dello scorso 13 febbraio Judy Shelton, consigliere economico del presidente americano Donald Trump, si è presentata dinanzi alla Commissione per le attività bancarie, abitative e urbane del Senato degli Stati Uniti quale candidata al board della Federal Reserve. Chiare le sue enunciazioni davanti alla commissione: il potere di regolare il valore del denaro degli Stati Uniti è concesso al Congresso e a tale fine lo stesso, grazie al Federal Reserve Reform Act del 1977, ha creato la Federal Reserve come agenzia indipendente. Quest’ultima promuove la massima occupazione, prezzi stabili e tassi di interesse moderati a lungo termine. Se la nomina verrà confermata, la priorità della Dottoressa Sheldon sarà dunque quella di sostenere la politica monetaria che facilita la crescita economica produttiva garantendo al contempo la solidità e la stabilità del sistema finanziario statunitense.

Fin qui tutto chiaro, cristallino …..

Come normalmente avviene negli Stati Uniti, però, i media hanno immediatamente scandagliato le idee passate del candidato per cercare di delineare le sue azioni future. In particolare è stato subito ripreso (ex multis anche dalla Cnn) come la Shelton, in un documento programmatico del 2018, pubblicato dal Cato Institute di Washington,  abbia affermato che “If the appeal of cryptocurrencies is their capacity to provide a common currency, and to maintain a uniform value for every issued unit, we need only consult historical experience to ascertain that these same qualities were achieved through the classical international gold standard without sacrificing the sovereignty of individual nations.” e, quindi, che “a modern version of this approach—one that permits the issuance of virtual currencies in tandem with government-issued currencies, adapting legal tender laws to permit healthy currency competition—should be put forward.

La Federal Reserve creerà dunque nel prossimo futuro una criptomoneta che si affiancherà alla valuta “ordinaria” e sarà sorretta dalla convertibilità in oro? E se così fosse, che spazio avranno le altre criptovalute la cui “pecca” principale risiede appunto nell’estrema volatilità, tale da indicare un’altissimo rischio nella loro detenzione a fini d’investimento?

Durante un incontro in un importante Istituto di post formazione a Firenze, un paio di anni fa mi fu chiesto se nel breve periodo avremmo assistito, ad esempio, al costante pagamento di partite di stupefacente o al riciclaggio d’importanti somme di denaro a mezzo di bitcoin (che in quel periodo era un sinonimo del termine valute virtuali). La risposta ovviamente fu negativa anche in considerazione del fatto che, chi commette un reato, deve avere la certezza di incamerare esattamente la somma pattuita, per rientrare dei propri costi “aziendali” e per essere sicuro di generare un profitto con la propria attività illecita. In altri termini, se pure il profitto dell’illecito può essere “classificato” come perdita per fattori esogeni all’attività criminale posta in essere (ad esempio il sequestro da parte di una forza di polizia), l’ulteriore fattore di rischio dato dalla svalutazione della criptomoneta (soprattutto laddove ci riferiamo a valori importanti) non sarebbe facilmente accettato da coloro i quali commettono un delitto. Le eccessive oscillazioni che il cambio delle valute virtuali aveva manifestato, appunto perché alle spalle tali valute sono prive di una banca centrale che ne garantisca il valore, poteva generare perdite rilevanti nel sistema economico criminale. È importante sottolineare infatti come il controvalore delle virtual currencies  è completamente privo di un meccanismo di regolamentazione lasciando in questo modo la determinazione del loro valore alla rete e al mercato. Il sistema “Bitcoin”, e più in generale il sistema delle criptovalute, si fonda sulla fiducia dei propri utenti; a ciò non può che conseguire una volatilità legata in primis all’emotività degli utenti con particolare riferimento al comune sentimento di certezza (o di incertezza) relativo alla possibile utilizzazione nel mondo reale di quanto posseduto in forma virtuale. Paradigma risulta essere il caso della società Mtgox (noto excenge di BTC) che nel 2014 si è dimostrata insolvente e ha dichiarato fallimento, con la perdita di oltre 800.000 BTC di proprietà degli utenti.

Che scenari dunque si apriranno se il futuro membro del board della Federal Reserve affiancherà una valuta virtuale di Stato al dollaro? L’idea, peraltro, è già venuta ad una over the top del web, quale Facebook, con il lancio, per ora solo pubblicitario, della sua Libra coin…

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