GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Chi troppo informa disinforma

Ammettiamolo, quando bighelloniamo tra le infinite vie digitali del villaggio globale, utilizzando la nostra piattaforma social preferita, magari alternando momenti di gioia a momenti di seria interazione, spesso lo facciamo tenendo spenti i nostri filtri di pensiero critico, specialmente se siamo stimolati emotivamente.   

Può accadere in contesti diversi, mentre siamo intenti a postare le foto della nostra meritata vacanza alle Maldive, oppure quando siamo intenti a dare opinioni su questo o quell’altro avvenimento che ha turbato o sta turbando l’umanità intera. Così, forti del fatto di poter contare su una infinità di contatti e risorse virtuali, non riusciamo a fare a meno di condividere con il pubblico le nostre elaborate riflessioni e confutazioni sulle profezie di Michel de Nostredame. Vogliamo a tutti i costi comunicare ai nostri cari o colleghi che siamo in prima linea anche noi e che comprendiamo senza ingenuità i grandi fatti del mondo. Lo stimolo è talmente irresistibile che ci lasciamo trascinare in ricercatissime manifestazioni di “incontinenza informativa”.

Nei minuti, ore e giorni immediatamente successivi all’annuncio del raid USA del 3 Gennaio scorso contro il convoglio del noto generale iraniano, le piattaforme social sono state inondate dal solito sciame di interventi, posts, oggetti social di varia natura, il più delle volte contenenti comunicati già rigurgitati da organismi di stampa ufficiali, altisonanti trattati e speculazioni di geopolitica e strategia militare e, come se non bastasse, convintissime e dettagliatissime previsioni in merito alla spiralizzazione degli eventi. Lo stesso era avvenuto qualche mese prima in occasione dell’annunciata nuova offensiva turca in Siria, inducendo questa volta non poca parte del popolo social a farsi coinvolgere in un’orgia di solidarietà verso il popolo curdo, tra congetture e dissertazioni sul ruolo e gli azzardi dell’alleato NATO in merito alla crisi siriana e dintorni. Probabilmente, ora anche il panettiere sotto casa sa chi era il generale Soleimani e in quanto all’annosa questione curda possiamo dire con orgoglio di avere ancora una volta contribuito con la nostra umanità al processo di emancipazione di un popolo senza patria. Ne siamo proprio convinti? La realtà è molto diversa.

Quel che si cela al di sotto dell’immaginario collettivo in riferimento al processo decisionale di un attore internazionale, incluse le valutazioni che precedono l’esecuzione di un’operazione e con esse la ponderazione dei possibili effetti dell’azione, non è difficile riconoscere che siano prerogativa di pochi; e che facciano il loro corso nonostante il nostro incontinente desiderio di partecipazione. Lo stesso si può dire per le vere ragioni di un conflitto e quella miriade di aspetti socio-politici, storici e geografici, spesso definiti nel parlato militare “human terrain”, i quali interagiscono con i diversi interessi e variabili in gioco in modo dissociato dalla nostra immaginazione mediata. Salvo il caso in cui, dotati di spirito critico, abbiamo avuto il privilegio di poter toccare veramente con mano e in prima persona le varie realtà fisiche e umane locali.

Il desiderio smanioso di poter dire a tutti i costi la nostra senza utilizzare i freni del buonsenso e della cautela intellettuale finisce per alimentare come in un circolo vizioso il grosso calderone in cui bolle la brodaglia del “caos informativo”. Se poi il fenomeno si consuma o propaga in ambito aziendale i danni possono anche risultare più fastidiosi, per non dire onerosi. Inoltre, la notizia non proprio gradevole è che, a quanto pare, gli ingegneri della distorsione informativa di massa stiano continuando a fare ulteriori passi in avanti nell’ambito dello sfruttamento delle risorse umane.  

I rapporti dei ricercatori parlano chiaro e come al solito non c’è da meravigliarsi. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) per scopi di ingegneria sociale online sta potenziando in modo crescente gli strumenti e tecniche di influenza di massa. “Scripted agent” di varia natura, non propriamente dedicati alla causa del progresso umano, tra cui intelligenti accounts social virtuali (avatar), bots automatici e simi-automatici saranno nei mesi avvenire sempre piu sosfisticati e capaci di ottimizzare al meglio il fertile terreno e materia prima offerti dall’utenza incontinente che popola i social network. 

Nonostante le contromisure adottate dai fornitori di servizi di social networking, il rischio che le nostre opinioni, emozioni continuino ad essere automaticamente sondate e influenzate da questi marchingegni software invisibili per scopi politici e economici non è purtroppo una profezia di Nostradamus. Lo sappiamo quasi tutti, lo predichiamo nei forum e nelle conferenze, ma poi il rischio si annida nelle istanze singole, nei nostri comportamenti, nelle reazioni di sorpresa o disapprovazione, nella diffusione e rigurgito di video fakes abilmente confezionati. Coinvolgendo assidui frequentatori di facebook ma in maniera sempre più crescente l’utenza dei blogs e twitter, e probabilmente la popolazione più giovane o meno sensibilizzata. Non solo ingegneria sociale come mezzo per spianare la strada a penetrazione di sistemi informativi e violazione di dati sensibili, ma anche come strumento sempre più sofisticato di disinformazione.

Non vi è alcuna prospettiva che il mondo diventi meno complicato. Non ci sono luci di semplificazione che irradiano alla fine del nostro tunnel. Non esiste una piattaforma tecnologica emergente che risolverà tutti i problemi del mondo. Al contrario, il futuro ci richiederà livelli sempre più sviluppati di pensiero critico, consapevolezza e comprensione del mondo che ci circonda; unitamente a una forte dose di flessibilità nell’adattamento a eventi al di fuori del nostro controllo. Sarà imperativo pertanto continuare a perfezionare le nostre competenze, svilupparne di nuove, riscoprendo il nostro rapporto con il luogo fisico, piuttosto che continuare ad essere ipnotizzati da quello social. Abbiamo un grande vantaggio rispetto ai “bots”. Siamo potenzialmente dotati di una capacità superiore per poter discernere, ingaggiare i nostri simili direttamente, condividere una opinione con qualcuno di cui ci fidiamo prima di pubblicare e, perché no, costruirci il nostro affidabile network umano indipendentemente.

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