CITTADINI & UTENTIRISERVATEZZA DEI DATI

Dammi una foto e ti dirò chi sei

Oggigiorno sempre più spesso, camminando per strada o a bordo di un mezzo pubblico, vediamo le persone attaccate al proprio smartphone. La gente non sa più vivere senza, specialmente non riesce a non essere sui social network.
Siamo circondati da nomofobici, che vivono postando foto o cinguettando, per un pugno di like, spesso senza rendersi conto dei pericoli dietro l’uso smodato dei social. Senza riflettere sulle implicazioni, e in alcuni casi i danni, che può provocare una banale immagine postata.

Come riportano gli studi del professor Alessandro Acquisti della Carnegie Mellon University, nell’era 5G lo sviluppo dell’intelligenza artificiale permette di raggiungere risultati inimmaginabili anche solo fino a pochi anni fa. Così vi sono autorevoli studi che hanno dimostrato come, partendo da un’anonima foto di un profilo del popolare Facebook, attraverso il riconoscimento facciale, si può arrivare a dare un nome a quel volto e spingersi oltre. Se fino ad ora questa era una funzione di Google immagini che diverse persone già conoscevano, adesso è stato dimostrato che mediante l’IA, passando per la profilazione di dati pubblici e non sensibili, anche attraverso l’utilizzo del data mining, si può arrivare ad avere un profilo completo del soggetto in questione. Da una foto anonima si scoprono dati molto sensibili come ad esempio il Social security number, sebbene secondo molti venga assegnato in via casuale.

Social e professione

Non manca poi l’utilizzo dei social network da parte degli Hr, per vedere quanto le informazioni di un candidato ad una posizione aziendale corrispondano al vero. Sovente oramai si ricorre ad un’analisi dei profili social, Linkedin in primis ma poi anche Facebook, Instagram e Twitter.

Seguendo questa direttrice, Acquisti e il suo team hanno provato a vedere come si comportano i datori di lavoro quando si trovano davanti a delle discrasie tra le informazioni che i candidati mettono nel proprio curriculum e quel che emerge dai loro social. Dalla loro ricerca “hiring discrimination via online social network” è uscito fuori che, per lo meno negli Stati Uniti, non vi sono stati ripensamenti di fronte a differenze nell’orientamento sessuale quanto invece in quello religioso, come vi fosse un risentimento nei confronti delle persone di religione islamica.

È bene precisare che i pericoli nell’utilizzo smisurato e senza precauzioni dei social non riguardano solo gli utenti ma, come emerge da un recente provvedimento dell’Autorità garante per la privacy, anche chi divulga notizie deve prestare attenzione a possibili diffusioni di dati sensibili: indipendentemente dal mezzo, dal momento che oramai i social network sono stati equiparati per potenziale diffusività ai quotidiani, il Garante ha ritenuto illecita la diffusione dell’indirizzo di residenza, di immagini della via e dell’abitazione, anche se fosse di una persona famosa, poiché configura un trattamento di dati personali eccedente rispetto alle finalità di informazione e di critica legittimamente perseguite.

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