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Coronavirus: con le mascherine che fine fa il riconoscimento facciale?

Obbligatorie in alcune province della Cina, le mascherine sono uno strumento con cui si cerca di contenere il ceppo di coronavirus che ha già causato centinaia e centinaia di morti.

L’esigenza legata alla salute pubblica e la corrispondente imposizione ad indossare una protezione per il viso quando si esce di casa rivela adesso una “controindicazione” in tema di sicurezza, certo non sanitaria.

Il riconoscimento facciale – è fin troppo evidente – è andato a farsi benedire: la soluzione di identificazione biometrica particolarmente diffusa nella Repubblica Popolare per numerose operazioni e servizi di carattere quotidiano.

Cosa succede a chi può sbloccare il telefonino solo mostrando il proprio volto privo di qualsivoglia copertura che vada a modificare lineamenti e connotati? Come fanno a rientrare nel proprio palazzo condomini e inquilini che come “chiave” di apertura hanno il viso che deve essere “presentato” nella sua versione naturale dinanzi alla telecamera del sistema di controllo degli accessi? E cosa dire di chi può agire con il conto corrente online soltanto dopo che il dispositivo elettronico (computer, tablet o smartphone) ha inquadrato la faccia, ne ha acquisito i punti caratteristici e l’ha confrontata con quella memorizzata nell’archivio in cui sono memorizzate le caratteristiche dei soggetti autorizzati?

Queste perplessità sono già state manifestate sulla piattaforma online Weibo che ospita una infinità di blog personali cinesi. Le discussioni hanno rapidamente preso vita perché fuori dalle rispettive abitazioni i cittadini non possono rimuovere la copertura di naso e bocca se non vogliono incappare in pesanti sanzioni.

Chi prima si prospettava orgoglioso di poter disporre di un aggeggio in grado di riconoscere il proprio “padrone” e conseguentemente di “ubbidire solo a lui, oggi si ritrova a maledire il sofisticato e costoso telefonino che in questa difficile fase di emergenza può funzionare – se si è per strada o in luogo pubblico – soltanto infrangendo le rigorose disposizioni sanitarie.

Le metodologie di identificazione e autenticazione – che innescano lo sblocco dello smartphone o l’abilitazione ad accedere in un determinato locale o l’autorizzazione a compiere certe operazioni – impongono la visione (senza ostacoli o elementi di disturbo) di occhi, naso e bocca dell’utente.

Le tecnologie presenti sul mercato – e si va dall’americana Apple alla cinese Huawei – non riescono ad accontentarsi dei troppo pochi elementi distintivi che un volto parzialmente coperto è in grado di offrire alla fotocamera di ripresa.

Mentre si lamentano gli utilizzatori finali, bloccati in funzionalità basilari, c’è chi pensa a rivalutare il ricorso all’impronta digitale che – almeno in questo momento – potrebbe rivelarsi particolarmente efficace.

La questione non va sottovalutata. Smartphone a parte, il riconoscimento facciale è essenziale per la vita quotidiana in Cina, molto più che in altre Nazioni. Il suo impiego è a dir poco abituale, dall’ordinazione di pasti veloci alla pianificazione di appuntamenti medici fino all’imbarco in oltre 200 aeroporti in tutto il paese.

Un altro problema – che per le entità governative cinesi è tutt’altro che secondario – si profila in tema di ordine pubblico.

Questo genere di soluzione tecnologica è uno dei punti cardine nel piano del Governo cinese per sorvegliare il suo quasi un miliardo e mezzo di cittadini. Basti pensare che nello scorso mese di dicembre, Pechino ha approvato una nuova legge che impone a chiunque si registri una nuova scheda SIM di telefonia mobile di sottoporsi a una scansione del volto. La motivazione è semplice. Il Governo agisce nell’interesse dichiarato di proteggere “i diritti legittimi e l’interesse dei cittadini nel cyberspazio”….

Il riconoscimento facciale è adoperato anche in alcune scuole cinesi, dove una telecamera registra la frequenza degli studenti e può offrire previsioni sul comportamento e sul livello di coinvolgimento didattico.

Ma lontano dagli edifici scolastici e da altri contesti tutt’altro che effervescenti la videosorveglianza e il riconoscimento biometrico mantengono un ruolo che difficilmente può trovare intralcio.

Cosa succede ad Hong Kong (area piombata nel silenzio nonostante i fermenti non si plachino) dove le Autorità locali hanno in ballo un “divieto di mascheramento” per chi partecipa a manifestazioni antigovernative? Maschere chirurgiche, maschere antigas e respiratori hanno in qualche modo incoraggiato la polizia e i manifestanti ad agire in modo aggressivo, senza paura di essere “catturati” dalle numerose telecamere installate per monitorare le sempre turbolente situazioni.

I sofisticati programmi di analisi delle immagini, che si dichiarano capaci di “smascherare” il volto e di non inciampare nei travestimenti, in realtà sono ancora lontani dalla perfezione. Le ricerche svolte in quell’ambito dall’Università di Cambridge e dal National Institute of Technology indiano dimostrano che la reale identificazione di un soggetto che indossa una maschera ha soltanto il 55 per cento di probabilità di azzeccare il risultato.

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